MARIA ROSA CUTRUFELLI.
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LA BRIGANTA.
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1990. Frassinelli Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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Dal carcere in cui  rinchiusa ormai da ventanni, una donna rivive i suoi giorni da briganta, quando, allindomani dellunit dItalia, si aggreg, e come lei molte altre, alle bande di ribelli che sconvolsero le regioni meridionali nella speranza di un illusorio riscatto sociale. Non fu una scelta politica, la sua. Ma il gesto liberatorio di chi prende coscienza di s, rompendo gli schemi di unesistenza votata al silenzio.
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Nel romanzo la briganta rievoca la sua vita di fanciulla agiata, i sogni, i desideri, e poi il matrimonio impostole dal padre. Un marito mai amato, violento, che la spinge a una tragica ribellione: un atto di sangue a cui fa se guito la fuga sulle montagne e lincontro con i contadini-briganti... Qui comincia la sua nuova vita e nei ricordi si affacciano i volti, le voci, i gesti delle compagne di avventura, le vivide immagini del capobanda, un personaggio dal fascino carismatico, leco degli scontri a fuoco, leuforia per le vit torie conseguite, la paura di morire... e infine la cattura, il processo, la condanna.
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Un mondo rievocato con accenti in cui si mischiano la nostalgia per una libert mai davvero conquistata e la consapevolezza di un destino segnato, di cui tuttavia lei vuole essere padrona e protagonista. Dentro una cornice storica, Maria Rosa Cutrufelli ha disegnato con sensibilit, partecipazione e una scrittura luminosa, limpida e netta, una figura femminile insieme antica e moderna: il profilo di una donna che, quale sia il secolo, il paese, la cultura in cui cresce e vive, paga in prima persona il prezzo della propria diversit.
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LAUTRICE.
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MARIA ROSA CUTRUFELLI, nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ora vive e lavora a Roma. Dopo gli studi universitari collabora con numerose riviste letterarie e di critica. Ha curato alcune antologie di racconti e scritto diversi radiodrammi per la Radio Televisione Italiana ed ha fondato e diretto per dodici anni Tuttestorie, rivista di narrativa e letteratura.I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una numerose lingue.

La sua produzione letteraria consiste di: La briganta, del 1990; Complice il dubbio, del 1992, da cui  stato tratto il film: Le complici; Canto al deserto, del 1994; Il paese dei figli perduti, del 1999; due libri di viaggio: Mama Africa, del 1993, e Giorni dacqua corrente, del 2002; La donna che visse per un sogno del 2004, che entr fra i cinque finalisti del premio Strega e fu vincitore dei premi Penne, Racalmare-Sciascia e Donna-Citt di Alghero; Damore e dodio del 2008, vincitore del premio Tassoni; I bambini della Ginestra del 2012, vincitore del Premio Ultima Frontiera; Il giudice delle donne del 2016.
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A mia madre.
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Primavera 1883.
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Possibile che pi la vita  piena di miserie, di stenti e di affanni, pi ci si attacchi a essa?
Sono una sepolta viva. Venti anni di bagno penale (tanti ne ho gi trascorsi qua dentro) sono pi
eterni della morte e solo con la morte avr fine questa eterna agonia. Eppure ogni giorno mi adopero
per sopravvivere, soffocando ogni sentimento incompatibile con la condizione del sepolto vivo. Ma nel
vuoto della mente, nellinsensibilit del corpo che si  come ispessito, cerco sempre di trovare
qualcosa, il chiarore di un ricordo, lo sguardo improvvisamente vivo di unaltra reclusa, che mi
risvegli. Ognuna di noi, qua dentro, cerca di ritrovare la sensazione di s nellautomatico consumarsi
del tempo, sia pure attraverso un dolore, una malattia, una violenza. Ogni occasione  buona perch un
desiderio, uno almeno, torni a far accelerare i battiti del cuore.
E la mia occasione  questa. Io che, durante il processo, non dissi una parola, adesso desidero
che mi si ascolti e che la mia voce esca dalla cella che trattiene il mio corpo. Oggi questevasione mi 
permessa: ho carta, inchiostro, penna e un passato da narrare e recuperare dal fondo del mio stesso
oblio. Forse domani qualcuno capir quanto ci sia pi inebriante di unevasione reale, che enorme
libert sia il prendere la parola. E allora forse di nuovo il silenzio mi seppellir chiudendomi la mente:
e pensieri e parole saranno come pezzi sparsi e inutili di un giocattolo rotto.
Fino a ieri vivevo stretta nel presente. I miei ricordi erano sogno e incubo, aprire il cuore a
unattesa era delitto. Ora, inaspettatamente, il tempo si  schiuso di nuovo davanti a me, sono libera di
rivolgermi agli altri direttamente e di comunicare da pari a pari. Perch coloro che leggeranno queste
pagine saranno mossi dalla volont di conoscere e di conoscermi, non di giudicare e punire, e in questa
volont di conoscenza almeno saremo pari.
Viviamo in un secolo assetato di progresso e di scienza, e agli uomini di scienza devo questo
insperato riscatto. A volte, in tutti questi anni, il loro comportamento mi  apparso spietato e
incomprensibile. In infermeria o nei loro laboratori hanno misurato innumerevoli volte, con pignola
curiosit, la circonferenza della mia testa e hanno eseguito calcoli complicati sulla mia persona:
apertura delle braccia, esame visivo, riflessi, udito, sensibilit dolorifica e tattile... E intanto si
lamentavano poich nel Regno dItalia  dicevano  vi  la proibizione di studiare a dovere i
delinquenti, di spingersi troppo oltre negli esami, nelle prove di laboratorio. Ah, la libert scientifica
della Russia, di altre nazioni civili! Lo scopo di quegli uomini non era  me ne resi conto subito  la
comprensione delle malattie, la guarigione della carne. Poich non mi dicevano niente, allinizio ero
terrorizzata, la mia immaginazione galoppava frenetica e, paralizzata dallorrore, ero incapace di
reagire alla maniera di un essere umano: ero un animale spaventato a morte. In seguito ho capito.
Quegli uomini erano intenti a cercare sul corpo le tracce dei sentimenti, quasi fossero bave di lumache,
e davvero credevano che nelle misure del mio povero cranio potesse nascondersi il segreto della ferocia
e della malizia umana.
Non so quanto tempo dopo  anni, secoli  ebbi una visita diversa; nella mia cella venne
questuomo che coltiva non solo la scienza ma anche la piet. Uno storico, pi interessato alle parole
che alla miseria ostinatamente muta del mio corpo che, del resto,  ormai soltanto lombra di ci che fu.
I nostri filosofi hanno spesso deplorato lincertezza e la vanit della Storia, poich essa  conoscenza di
ci che fu fatto e non di ci che si deve fare. Dispensatrice di pregiudizi antichi, maestra di errori e di
scelleratezze, cos lhanno definita dimenticando che in essa vive anche una ricerca, concreta perch
misurata sulle esperienze umane, delle vie della giustizia.
I casi della mia vita,  vero, sono molto particolari e poco edificanti. Furono gli atti del processo
a colpire lo studioso. Il mio silenzio lo stup pi delle mie colpe, seppe che ancora vivevo sepolta in
questo penitenziario e volle conoscermi. Lo accolsi chiusa in una diffidenza ostile. Torn ancora, molte
volte, ma senza forzarmi a parlare, spiegandomi con pacata eloquenza ci che si aspettava da me, e la
dolcezza della sua ostinazione alla fine mi commosse e mi vinse. Limpresa cominci a tentarmi. Gli
narrai per sommi capi la mia storia e la sua partecipazione mi sembr sincera, anche se capivo che in
realt lo muoveva pi il turbamento delluomo che linteresse dello studioso. Per luomo di scienza io
non ero altro che unanomalia da registrare, una stravaganza della Storia. Ancor oggi non so fino a che
punto egli creda allutilit della mia testimonianza. Si  molto adoperato per farmi avere il permesso di
scrivere le mie memorie: ma quanto lha mosso la piet e quanto la convinzione reale chio possa dire
qualcosa a tutti e per tutti?
So che altri, sepolti vivi al pari di me e che al pari di me furono briganti in quegli anni lontani,
hanno scritto o dettato (sono quasi tutti analfabeti) le loro memorie e che lui le ha raccolte perch
queste confessioni servano alla causa della Storia. Ma pu una donna commuovere o addirittura
interessare una platea di uomini, ch tali immagino saranno i lettori di queste pagine? Mi rendo conto
della follia dellimpresa e alcuni troveranno in ci unulteriore prova e conferma della follia dellintera
mia vita. Scrivere le proprie memorie  per una donna cosa ardimentosa, forse ancor pi che landar
briganteggiando per i monti.
Non crediate, a causa del fatto che mi accingo a parlare di me stessa, che io sia orgogliosa del
mio passato, delle scelte e delle azioni compiute. Tuttaltro, Iddio mi  testimone. Eppure... Se oggi mi
fosse concessa unimprobabile grazia, uscirei da qui corretta ed emendata? Voglio essere sincera: non
lo so.  la rassegnazione che mi fa dire: ho peccato, devo scontare. Ma il pentimento?
Di sicuro scrivere la mia storia, questultima pazzia,  un peccato dorgoglio: e la forza di
questo peccato accende di febbre il mio animo e le mie guance. Questa ammissione far piacere agli
scienziati col metro, agli antropologi criminali che mi hanno cos accuratamente studiato. Conferma
una loro teoria, che tante volte ho udito ripetere: se le donne  dicevano  commettono meno delitti,
per, quando li commettono, sono pi crudeli e ostinate e si ravvedono meno delluomo pi feroce e
pi duro nel delitto.
Ripensando ai casi della mia vita, riconosco che ho agito, e ancora agisco, sotto limpulso di
sentimenti forti, che hanno travolto le resistenze del mio corpo come quelle della mia anima. Ho
dimenticato, sotto questi impulsi, di essere donna.
Tutte le memorie cominciano con un nome. Il mio  Margherita. E basti, ai lettori, il mio nome
proprio. Gi troppo e troppo dolorosamente ho coinvolto il nome della mia famiglia in scandali e
vergogne. Del resto che importa, in questo caso, il nome se non per unidentificazione tanto inutile
quanto maligna?
Sappiate invece che mia madre apparteneva a una famiglia aristocratica, ma pi ricca di figlie
femmine che di denari. Lei era la sesta, settimo il maschio, che eredit tutto quello che cera da
ereditare. Pur senza dote, mia madre era un buon partito per qualche galantuomo di provincia e and
sposa a mio padre, non nobile ma ricco proprietario di terre coltivate e di boschi, di masserie e di casali.
Strano destino che ha portato me, nata ricca e di casato illustre per parte di madre, a condividere
la sorte di tanti figli della miseria! Ma non chiedo compassione per una sorte che ho scelto, solo piet
per un coraggio che ho usato male. E tuttavia era possibile un altro uso? Il coraggio  una virt
superflua in una donna, una virt strappata alluomo che in noi, forse necessariamente, diventa vizio e
disperazione.
Il mio paese, dove ho vissuto tranquillamente fino allet di ventidue anni,  piccolo, nascosto
in una pozza dombra scavata fra i monti e circondato dal silenzio di una campagna poco coltivata.
Cos erano tanti paesi dellex Regno delle Due Sicilie. Ignara di odi e ingiustizie, io trascorrevo con
serenit il mio tempo, allevata con una certa pretesa  o pi propriamente con una certa presunzione 
da una madre nata e cresciuta nella lontana capitale del Regno. Una donna ammirata dai suoi
corteggiatori per lingegno e la cultura, oltre che per la bellezza inconsueta e perfettamente intonata al
suo spirito: bionda, fragile, gli occhi talmente chiari da renderne inafferrabile lo sguardo. In giovent
aveva tenuto un salotto frequentato da poeti e brillanti ufficiali, da filosofi e avvocati, da uomini politici
ed economisti. Anni che non poteva dimenticare. E come dimenticare la frequentazione di uomini
dintelletto e desperienza, uomini che avevano visto la rivoluzione repubblicana del 1799, che ancora
discutevano di quella tragica repubblica partenopea? Un pittore aveva ritratto, a pastello, i frequentatori
pi assidui e famosi del suo salotto (lui stesso era fra questi) e lei aveva raccolto i ritratti in un album
che spesso sfogliava insieme a me, raccontando.
Mio padre era diverso. A lui importava soltanto lascendenza aristocratica della donna che
aveva sposato, e per questo tollerava anche le sue stravaganze. Prima fra tutte, lavermi dato
unistruzione. Una cosa veramente insolita dalle nostre parti, dove alle fanciulle in genere non
sinsegna neanche a scrivere per timore che possano aver carteggi con gli amanti. E alle poche che
sanno leggere sono concessi solo libri di preghiere. La mia invece fu una vera educazione, anche se mia
madre mi fece istruire da una vecchia maestra di paese poich non voleva mandarmi lontano, in
collegio. E quando la maestra ebbe finito dinsegnarmi tutto quello che sapeva, lei stessa si occup di
me. Mi leggeva memoriali e storie di uomini e paesi lontani, oppure, a memoria, recitava poesie e
poemi nei lunghi pomeriggi dafa, quando il sole durava alto nel cielo e noi si sognava il fresco della
sera, le mani impegnate nel ricamo. Le imposte socchiuse schermavano la violenza della luce che
cadeva soltanto sui telai, sui morbidi ricami di seta, sul rosso, sullazzurro, sullargento lucido del filo.
Ero orgogliosa di lei e, di riflesso, ero orgogliosa di me. Mi reputavo fortunata e ancor oggi continuo,
malgrado tutto, a reputarmi tale. Eppure la mia sorte dovrebbe convincermi del contrario. Una sorte che
d ragione a mio marito, quando sosteneva con pi foga del necessario che le donne si guastano il
cuore e la mente alla scuola dellalfabeto, che la letteratura promuove dubbi che la mediocrit nostra
non  sufficiente a risolvere, che il calzolaio deve contentarsi della lesina e la donna del telaio.
La morte di mia madre mi colse alla sprovvista, lasciandomi smarrita, con un senso di vuoto e
di solitudine che solo mio fratello Cosimo avrebbe potuto colmare. Ma Cosimo studiava nella capitale e
tornava di rado, per qualche rapida visita. Gli piaceva la vita in citt, bench negli ultimi anni si fossero
accentuati i disagi e le prevaricazioni della polizia borbonica. Tutti gli studenti dovevano avere una
carta di soggiorno che ogni mese la polizia poteva rinnovare o rifiutare, e dovevano frequentar messa e
ascoltar le prediche, cantar lUfficio e confessarsi. Le congregazioni religiose, a cui tutti gli studenti
dovevano essere iscritti, rilasciavano poi un certificato di presenza: e senza questo certificato non si
poteva dar esami. Nonostante ci, Cosimo amava la citt e la sua vita di studente.
Io vivevo dunque praticamente sola con mio padre, che sembrava irritato, insofferente davermi
attorno. Si fermava sempre pi a lungo in campagna, in qualche remota masseria, con le sue amanti
contadine. Non si comportava cos per disamore. Il fatto  che aveva assegnato un posto preciso, nel
disegno della sua esistenza, a me e a mio fratello. Laveva scelto come si sceglie la disposizione di un
mobile: ci aveva sistemato nellangolo giusto e l ci aveva lasciato, in piena tranquillit danimo. Non
soffrivo di questo suo distacco, vi ero abituata. E tuttavia era un periodo, per me, di dolorose
malinconie. Avevo perso ogni fiducia in me stessa, mi sentivo vuota e senza passioni, priva di un punto
dappoggio. Linsofferenza di mio padre mi umiliava profondamente: acconsentii che mi sposasse. Un
giorno bussarono al portone. Una fantesca sorridente, in et ormai avanzata, recava un dono di dolci su
unenorme guantiera. Era lavvio delle trattative matrimoniali: tale  la nostra usanza.
Io non sapevo niente della realt e della vita, mia madre mi aveva insegnato a leggere e a
sognare ma non a difendermi. Mi mancava qualsiasi esperienza del mondo, degli uomini, dei rapporti
fra gli uomini. Mio padre, nelle clausole del contratto matrimoniale, pens al patrimonio, ma
patrimonio era per me una parola priva dinteresse, se non di senso.
E mio marito cominci a disfare ci che mia madre aveva cercato di costruire.
Avevo in gran parte trasferito nella mia nuova dimora, dopo il matrimonio, la ricca biblioteca di
famiglia. Erano libri rari, che difficilmente circolavano in provincia, per lo pi ordinati o acquistati
direttamente da mia madre. Fogli sfuggiti alla censura dei gesuiti o libri stranieri importati di
contrabbando da Napoli e da Palermo (questo particolare contrabbando era, a quei tempi, unattivit
rischiosa ma anche molto remunerativa). Cerano i giornali dellopposizione, fioriti dimprovviso il
giorno che Ferdinando II aveva giurato la Costituzione e proclamato la libert di stampa. Al vedere
quei fogli mio marito trem. Era laprile dellanno 1860: le sorti del Regno, le sorti dellItalia erano
assai incerte. E mio marito era di sentimenti liberali, ma di azioni prudenti. I fogli pericolosi
scomparvero. Mi restavano purtuttavia i libri pi amati, quelli di poesia, di letteratura. Durante le feste
del Santo Patrono mio marito regal anche quelli, perch se ne facessero fuochi dartificio. Io non dissi
niente, forse addirittura acconsentii, come avevo acconsentito al matrimonio. Vennero a ritirare i libri
due ragazzini che se ne andarono curvi sotto i sacchi di tela ruvida. Li accompagnai fino alla porta. E i
fiori che qualche notte dopo saprirono splendenti nel cielo ricaddero putridi nel mio cuore.
N libri n musica cerano pi nella mia nuova vita matrimoniale. Alla pianola, che anche mia
madre aveva amato tanto, non si trov mai un posto e rimase abbandonata in un angolo dellatrio.
Ma che vado a ricordare? Io non sto scrivendo per accusare qualcuno o per prendere vendetta di
torti subiti, immaginati o reali che siano. Perch scrivo, dunque? Solo uno  il mio intento e il mio
scopo: sentirmi viva ancora una volta, forse lultima. Sentirmi viva nel semplice riaffiorare dei ricordi,
ma anche nel tentativo di ripensarmi e conoscermi attraverso lo specchio della memoria.
Da dove cominciare? Su questo problema ho riflettuto a lungo. E penso e spero che a una
sepolta viva si possa concedere una sincerit despressione altrimenti disdicevole e anzi contro natura.
 grande il piacere desprimersi liberamente quando non si pu pi agire liberamente. Non  facile,
tuttavia. E di nuovo mi torna alla mente la filosofia di quei sarti-scienziati. Il furto e la frode, dicevano,
non sono di per s soli indizio di una grande perversit in una donna. Il rispetto della propriet non  tra
i suoi sentimenti pi forti e quindi per infrangerlo non c bisogno di una grande degenerazione. Ma il
pudore, ah il pudore! Dopo la maternit  il pi forte sentimento femminile, tutta levoluzione psichica
della donna lavora da secoli con estrema energia a creare e consolidare questo sentimento.
Ebbene,  vero. Quanto  difficile abbattere  e tanto pi con le parole  barriere di secoli che
hanno reso inconoscibili a noi stessi i nostri cuori. Il pudore, il riserbo: con quali forbici tagliare queste
rigide gabbie e mostrarci quali siamo, esseri umani ad altri esseri umani? Su di me sento che ha
lavorato una ben triste forbice, di un ferro robusto e malefico. Del resto il giudizio inappellabile degli
uomini ha posto la mia persona al di l, ormai, di ogni prudenza terrena, timorosa soltanto del giudizio
di Dio. Cos per me  morto anche ogni pudore, necessario solo a chi vive nel consorzio umano. E la
reticenza  un lusso che non voglio n posso permettermi: ci che non dir adesso non sar detto mai
pi.
E allora comincer da quel giorno che ha segnato la mia vita, per sempre, con un marchio di
sangue.
Marzo 1861
Mi sentivo calma, padrona di me. Solo le mani, poco prima ferme e sicure, tremavano tanto che
non riuscivo a controllarle. Rinunciai a vestirmi e mi misi di nuovo a sedere sul letto, voltando le spalle
al corpo di mio marito. Il silenzio della stanza, non pi spezzato da altri fiati che dal mio, mi annebbi
la mente. Limmobilit. Era limmobilit che rendeva il suo corpo ogni secondo pi pesante e anche
cos, con la faccia rivolta al muro, io lo vedevo e avvertivo la sua potenza maligna che mi paralizzava.
Il mattone che Filomena aveva messo in fondo al letto per riscaldare le lenzuola (faceva ancora
freddo, la sera) era scivolato a terra. Mi accorsi allora che era tutto percorso da crepe gialle che ne
scrostavano la superficie: le stesse rughe e lo stesso colore del volto della mia vecchia serva.
Ho sempre odiato questa stanza,  lugubre, dissi a voce alta, colma di unira insensata, e col
piede spinsi in un angolo il mattone ormai freddo. Mi devo muovere, me ne devo andare, mormorai
poi in uno sforzo di convincimento. La tentazione era di sdraiarmi e lasciarmi soffocare a poco a poco
da quel corpo grave e immoto che pietrificava tutto intorno a s, perfino laria. Eppure mi ripugnava
che mi trovassero ridotta in quelle condizioni, pressoch inebetita, senza forze n propositi. Mi
ripugnava soprattutto lidea di trovarmi davanti facce conosciute, familiari, di sentirmi addosso i loro
sguardi interrogativi. Punteruoli di ferro rovente pronti a scavare nel mio petto. E dover parlare,
spiegarmi... Questo no, non possono costringermi, pensai.
A un tratto, un soffio freddo mi alit sul collo. Balzai in piedi, sgomenta: la stanza, nelloscurit
rischiarata appena dalla lampada votiva sul cassettone, era nel solito ordine quotidiano. E il suo corpo
riverso occupava, come sempre, tutto il lato destro del letto. Le braccia aperte e abbandonate
nellinerzia della morte. Distolsi in fretta il viso, ma il luccichio dello spillone dargento nella gola
scoperta mi bruci ugualmente gli occhi.  fatta, pensai,  fatta. E ora? Di nuovo mi colse lapatia. Mi
sentivo vuota e stanca come se mi fossi affaticata in maniera eccessiva. Avevo voglia di andarmene, di
fuggire da quella stanza almeno, ma le gambe erano torpide e fiacche e temevo che non mi
sostenessero.
Mi riscosse un rumore lontano, che veniva forse dal fondo di un vicolo e che non riuscii a
identificare. Chiss se era un segno buono o cattivo. Filomena lavrebbe saputo, subito avrebbe capito
da che parte pendeva il destino. Mi decisi e, per soffocare i tremiti che ancora mi scuotevano, mi
avvolsi strettamente nel mantello di lana che avevo negligentemente abbandonato sulla cassapanca e
che mi copr da capo a piedi. La Madonna dalle Cinque Piaghe sorrideva con mestizia dal cassettone.
Mi avvicinai, intinsi la punta delle dita nellolio della lampada e, memore di un antico scongiuro, passai
le dita unte sulla fronte. Il tepore persistente dellolio mi diede uno strano conforto.
Il corridoio a percorrerlo si rivel lunghissimo, gelido ed estraneo come il primo giorno che ero
entrata in quella casa. Un anno esatto era passato, da allora. La stanza di mia suocera si trovava in
fondo, un po isolata, ma il suo russare spezzato e affannoso di vecchia riempiva tutto lo spazio. La
porta era socchiusa e, passandoci davanti, rallentai il passo. Probabilmente sarebbe stata lei la prima a
trovarlo. A una certora, inquieta, perplessa, sarebbe entrata nella nostra camera matrimoniale. Avrei
voluto vedere il suo volto, in quel momento. S, avrei voluto vederlo, quel volto tagliente da cui le dita
corrosive del tempo avevano cancellato ogni traccia, sia pur remota, di benevolenza. Pensieri di odio
mi assalirono, mi sferzarono il sangue che riprese a corrermi nelle vene con quellimpeto che maveva,
poco prima, guidato la mano. Nellatrio, accanto al portone grande che dava sulla strada, cera la mia
pianola: non lavevo mai aperta, in quella casa. Una punta di nostalgia mi trafisse il petto. Non laprir
mai pi, pensai. Il portone era sbarrato e mi resi conto che non sarei riuscita ad aprirlo senza far
rumore. Tornai indietro di corsa, salii in punta di piedi le scale che portavano in cucina e da l ridiscesi
per la scaletta esterna che dava in giardino. Quando mi chiusi dietro la porta, mi parve di spezzare il
soffio umido e freddo che ciecamente correva da parete a parete inseguendomi. Il buio della notte era
confortevole e mi cimmersi come in unacqua tiepida e tranquilla. La casa, alle mie spalle, era un
incubo che si allontanava.
La strada portava fuori dallabitato, in una campagna deserta a quellora della notte. Per mia
fortuna non dovevo attraversare tutto il paese, poich il palazzo di mio marito sorgeva quasi allentrata,
a ridosso di un antico muro di cinta. Non mi curai di nascondermi: la notte mi accordava la sua
protezione. Poco fuori del paese un sentiero attraversava la strada e conduceva al lavatoio pubblico in
pietra grigia, coperto da una tettoia. Gi le case non si vedevano pi, ai bordi della via si apriva il
precipizio e in basso scorreva il letto bianco del torrente. In fondo, lombra compatta dei monti e il
profilo del lavatoio che sinnalzava con limponenza di un monumento dalla struttura incomprensibile,
dimora di spiriti maligni che si divertivano a muovere le acque stagnanti delle vasche. Con passi
sospettosi, io camminavo in mezzo a ricordi fantastici di antiche leggende. Nessun timore reale e
concreto, nessuna emozione mi agitava in quel momento quanto il fiato dei fantasmi. Mi toccai la
fronte ancora umida dolio e affrettai il passo. Arrivata al bivio, mincamminai verso le montagne.
A questo punto i miei ricordi si fanno confusi. Quando gli alberi sinfittirono e cominci il
bosco, la sensazione improvvisa del pericolo mi fece sostare un istante. Il buio davanti a me diventava
sempre pi fitto e pi denso e, a ogni movimento, avevo limpressione che la terra si aprisse in un nero
baratro sotto i miei piedi. Ero terrorizzata, ma una smania angosciosa mimponeva di andare avanti,
non importava dove. Giorno o notte che fosse, per me non aveva importanza, poich mi sembrava di
essere cieca e sorda. La vita nel bosco si era fermata e sentivo solo il pulsare doloroso del sangue nelle
vene delle tempie e dei polsi, come in un attacco violento di febbre.
Poi mi svegli il sole e rimasi a lungo con gli occhi chiusi ad assaporarne la carezza
rassicurante. La testa finalmente sgombra, libera. Lodore degli alberi e della terra mi attraversava la
tela della lunga camicia, la lana del mantello. Ricordo perfettamente la stranezza di quel risveglio che
mi occupava tutto il corpo e la mente, la luce del mattino che batteva direttamente sugli occhi ma senza
violenza. Violento era il ricordo dellaria chiusa, stagnante della camera da letto. Ogni mattina di quel
lungo anno il risveglio era stato una sofferenza: non mi potevo assuefare a quel corpo steso accanto al
mio e che nella notte consumava a poco a poco tutta laria, sottraendomi perfino lo spazio dei sogni.
Non sognavo pi, infatti.
Mi alzavo sempre per prima e salivo in cucina. Lodore del latte che bolliva piano sul fuoco, la
tosse, quel raschiare secco di Filomena, la vecchia serva che mi ero portata dalla casa paterna. Una
pausa che durava poco, ma che mi restituiva a me stessa. Pensai: oggi non ci sar odore di latte, il
focolare spento, il portone dingresso sbarrato. Il lutto sar perpetuo in quella casa. E al ricordo dei
risvegli quotidiani si andavano sovrapponendo frammenti di altri ricordi, che subito ricacciavo nel
fondo della mente. Non ancora, mi dicevo, non ancora. Non mi sentivo la forza di affrontare la realt, il
peso di quel gesto definitivo, irrimediabile. Gli alberi intorno mi chiudevano lorizzonte e si udiva uno
sgocciolare lontano di foglie: da qualche parte forse era piovuto.
Mi alzai, spinta da quellinsofferenza nuova che muoveva meccanicamente le mie gambe.
Dapprima seguii il sentiero. I miei passi si ripercuotevano, con un rumore sordo e ossessivo, sulla terra
battuta e allora presi a camminare nel folto del bosco. Gli arbusti sattaccavano al mantello, mi
laceravano le mani, il cammino si faceva sempre pi difficile, affondavo nelle foglie, nella vegetazione
fitta del sottobosco. Ma pi forte era la resistenza che dovevo vincere, pi grande il sollievo che
provavo. La luce pioveva dallalto come un miracolo, accendendosi dimprovviso sulle foglie molli
dacqua o di rugiada. E mi sentii padrona del mio tempo. Lesaltazione mi inebri. Camminavo con
gambe improvvisamente leggere, portata dalla mia stessa leggerezza. Non avevo fame n sete, troppo
impegnata ad attraversare un tempo non pi scandito dalle abitudini, dai gesti di ogni giorno. Il ritmo
quotidiano della vita si era spezzato, per sempre.
Guardandomi attorno, mi sembr di essermi persa ma non me ne preoccupai. Era la prima volta
che mi trovavo da sola in piena montagna, eppure non provavo alcun timore, mi muovevo con
sicurezza ricordando le parole e gli avvertimenti di mio fratello. Cosimo mi aveva portato spesso con
s, in lunghe passeggiate solitarie. Parlavamo poco. Lui interrompeva di quando in quando il silenzio
per dirmi i nomi dei luoghi, per indicarmi un albero, una foglia, la traccia di un animale. Poi lui era
andato a studiare in citt e io... io mi ero sposata.
Il torrente gi ingrossato dalle piene di primavera mi sbarr la via. Scorreva rapido fra strette
pareti di roccia, ma pi avanti si apriva infiltrandosi in un greto abbagliante, unoasi di luce. Riconobbi
il luogo. Avevo ripercorso, senza accorgermene, proprio i sentieri che avevo battuto tante volte con
Cosimo; avevo costeggiato mulattiere, mi ero inerpicata per scorciatoie che tante volte avevamo fatto
insieme. E non me nero resa conto, fino a quel momento. Mi fermai folgorata da una certezza: stavo
cercando mio fratello, era sulle sue orme che mi ero mossa. Eppure non sapevo dove cercarlo: sapevo
solo che i boschi offrivano riparo anche a lui, fuggiasco e non pi studente ma soldato di Re Francesco,
come si diceva allora. O brigante, come si disse poi.
Tutto era cominciato poco pi dun anno avanti, dal maggio delle camicie rosse e
dellinsurrezione. Ancora quasi non era stata data notizia dello sbarco dei mille, un pugno di uomini, e
gi un Regno si dissolveva col rovinio cieco di una frana che scende a valle.
Ma gi da tempo tutta lItalia ribolliva: al Nord, attorno al Piemonte e al Re Galantuomo,
sandava organizzando un nuovo stato; al Sud, mille confusi intrighi, mille interessi diversi ordivano
una comune tela per la rovina dei Borboni. Anche nel mio paese, l in mezzo alle montagne, si
cospirava. Nella farmacia, di sera, non si giocava pi a carte e invece di scambiarsi pettegolezzi, come
al solito, tutti i galantuomini simprovvisavano uomini politici.
E poi dun tratto Garibaldi, il dittatore, fu sul continente. Avanzava veloce e i liberali gli
aprivano la via, mentre il popolo veniva sedotto con le promesse pi inverosimili. Esenzione dalla leva,
esenzione dalle tasse: questi i benefici del nuovo governo italiano, provvido e liberale. E il miraggio
della terra.
Al cadere del miraggio cominci a scorrere il sangue. Mentre Francesco II abbandonava Napoli
per chiudersi nella fortezza di Gaeta in un vano tentativo di resistenza, i cafoni gi bruciavano sulle
piazze leffigie di Garibaldi, il traditore. Ai primi freddi giunse notizia del plebiscito: con suffragio
universale, il popolo (il popolo degli uomini, non quello delle donne) doveva votare lItalia una e
indivisibile, con Vittorio Emanuele II Re costituzionale e suoi legittimi discendenti. Il voto era palese
poich vi erano due urne, una per il s e una per il no. Inoltre, le sale dei comizi presiedute da uomini in
armi e gli scrutinatori con i fucili in pugno non giovarono certamente al diritto dei popoli e alla libert
delle scelte.
Cos lItalia divenne una. Ce ne dimenticammo per qualche tempo, quando la neve ci separ dal
resto del mondo.
Fu allinizio di quel minaccioso inverno che Cosimo torn in paese. Era partito da parecchi
mesi, insieme ad altri studenti, per raggiungere gli insorti e arruolarsi nellesercito di Garibaldi in
qualit di volontario. Una scelta naturale, pressoch inevitabile. Da quando studiava in citt, mio
fratello era attratto da idee di sovversione, nelle sue brevi visite non mi parlava daltro che di risveglio
dei popoli, di crollo dei troni, di clamore di barricate. A quelle parole, che tanto contrastavano col
sepolcrale silenzio della mia vita, provavo una soddisfazione, uno strano contento che mi rapiva.
Torn dunque Cosimo un pomeriggio di novembre. E mi comunic che lesercito meridionale
dei volontari di Garibaldi era stato sciolto, che tanti suoi amici erano alla disperazione e allo sbando,
senza un tozzo di pane o un soldo in tasca, senza nessuna prospettiva: avevano fatto domanda per
entrare nellesercito regolare, ma le domande venivano respinte quasi tutte. Si respingevano i
garibaldini, si accettavano gli ex ufficiali borbonici. Mi parl della paura che forzava le coscienze,
mentre lamarezza avvelenava i pensieri e oscurava perfino le menti pi lucide. Anche lui era stato
congedato.
Non mi disse altro, quel giorno. Eppure non provai meraviglia quando seppi che, sorpreso nei
boschi dalla banda di Carmine Spaziante, un tempo massaro di nostro padre, era rimasto con lui. Da
garibaldino, soldato di Re Francesco. Da repubblicano, difensore del legittimismo. Quando glielo
riferirono, mio padre and dritto alla rastrelliera, stacc un fucile, lo caric e con fredda determinazione
mont a cavallo. La snider quella serpe, url nel cortile allo stalliere atterrito. Lo trover e gli
caver tutto il veleno. Lavevano trattenuto a viva forza.
Una morsa di ghiaccio sald il 1860 al 1861. Fu un inverno particolarmente lungo e freddo e i
tetti di alcune case, nel borgo dei braccianti, crollarono sotto il peso della neve. Io pensavo a quanti si
erano dati alla macchia, a Cosimo, e il silenzio bianco, imperturbato dei boschi mi faceva impazzire
dangoscia. Poi il gocciolare lento dellacqua dalle grondaie annunci il tempo del disgelo.
* * *
Rimasi ferma non so quanto a guardare il torrente perdersi fra i sassi del greto, sbiancando. Ma
assieme al rumore dellacqua mi giunse dun tratto uneco di voci concitate, quasi ansimanti. Mi
ributtai nel bosco.
Finch di nuovo cadde la notte, grado a grado, inavvertitamente. E io ritrovai i miei sogni,
vividi come allucinazioni. Al risveglio, il primo pensiero fu ancora per Filomena. A lei raccontavo tutti
i miei sogni di fanciulla e le sere dinverno, i piedi stretti sulla conca del braciere, lei me li raccontava
di nuovo, li spiegava, li interpretava, ritessendo la mia vita con un filo diverso, il filo oscuro dei
presentimenti e delle visioni.
Mi misi a sedere. La terra era umida sotto le mie mani e i capelli, sciolti sulle spalle, mi
cadevano disordinatamente sul viso. Alzai il braccio per raccoglierli sulla nuca e rammentai di colpo.
Lo spillone caduto dai miei capelli sul cuscino e quella decisione che mi era scoppiata dentro con la
prorompenza invincibile e travolgente di un grido. La resistenza iniziale della carne, subito vinta. Il suo
respiro, pesante nel sonno, che si trasformava in un gorgoglio rauco, un sussulto, un tremore
incontrollato del corpo. Mi guardai incredula le mani, i polsi delicati, e mi tornarono in gola conati di
vomito. Desiderai, in quel momento, la tosse secca, stizzosa di Filomena, lacqua tiepida nel catino di
smalto, il molle indugiare di fronte allo specchio.
Eppure, il non poter tornare indietro, questo mi rassicurava. Nessun pentimento, nessuna
debolezza poteva pi ridarmi la vita di prima e il mio stesso gesto, nella sua follia, apparteneva a un
altro tempo, a un altro mondo. O era, invece, linizio di qualcosa di nuovo? Ma quale tempo nuovo,
quale mondo potevo ormai avere? Una stanchezza che non veniva dal digiuno e dalla fatica ma da
lontano, da molto pi lontano, mi nacque dentro, crebbe rapidamente. Era unonda che si era alzata
dallorizzonte e correva diventando sempre pi alta, sempre pi gonfia. E infine mi travolse.
Sentii che non mi sarei rialzata mai pi. Con un sospiro quasi di sollievo, mi lasciai andare
allindietro. E in quellistante, sbucato dal nulla, mi vidi venire incontro Cosimo. Alto, vestito di panno
scuro alla maniera di un contadino, ma il giglio borbonico ricamato sul berretto.
Mi ritrovai in una cameretta senza finestre, illuminata dai guizzi fumosi di una lucerna. Cerano
casse lungo i muri, legna accatastata, un odore vigoroso e muschiato di formaggio e di erbe. Il letto era
vasto, comodo. Il piacere daffondare la testa nellorigliere, di stendere le gambe sotto una coperta, era
intenso, ma non mancai di notare lincongruit di quel letto confortevole in quella stanza, palesemente
adibita a magazzino. Della strada fatta per arrivare fino alla masseria non ricordavo nulla o quasi, solo
le braccia di Cosimo attorno al mio corpo.
Cosimo era seduto l accanto e aveva lo sguardo fisso, perduto nel vuoto. Il suo volto era stanco
e la luce incerta accentuava le ombre intorno agli occhi, invece di sfumarle, rendeva pi evidenti le
linee nette, marcate ai lati della bocca. Era giovane mio fratello, un anno appena pi di me. Eppure,
nellansia di quella veglia, la sua giovinezza era una maschera leggera che lasciava intravedere, come
in trasparenza, i segni pesanti della vecchiaia. Era un volto che non gli conoscevo e che me lo rendeva
distante.
Fra me e Cosimo cera sempre stata molta confidenza, unintimit pi stretta di quella che
solitamente lega fratello e sorella nei nostri paesi, dove i rapporti fra le persone sono rigidi e formali.
Anche da adulti avevamo continuato a darci del tu e mio padre se ne risentiva, giudicandolo un torto e
un affronto personale, come se volessimo ricordargli, con quella nostra abitudine indecorosa, le origini
prive di lustro della sua famiglia.
Una confidenza spontanea ci aveva unito: ed ecco che non osavo pi chiamare mio fratello, non
osavo rompere quel silenzio che intuivo estraneo, se non ostile. Volevo parlargli eppure continuavo a
indugiare, le braccia stanche abbandonate sulla coperta. Poi i nostri sguardi sincontrarono e il suo
volto torn a essere il volto del bel giovane che amavo.
Hai sete? mi chiese semplicemente.
Bevvi con ingordigia  avevo le labbra secche, screpolate e le ferite bruciavano  bevvi senza
riprendere fiato, appoggiandomi a lui. Lacqua fresca, il contatto col suo corpo mi diedero un lungo
brivido facendomi recuperare un senso di realt. E non ebbi bisogno di parlare, poich Cosimo disse:
Da due giorni hai la febbre, deliri...
Scandiva le parole con cura, quasi temendo che non fossi ancora in grado di capire. La
debolezza in effetti mi dava le vertigini. Restavo appoggiata a lui, la mano sul suo braccio, catturata
dalla forza che sintuiva sotto quei panni ruvidi che non ero abituata a vedergli addosso. Al sollievo che
mi dava la sua presenza si mescolava uninquietudine ancora vaga. Avrei voluto abbandonarmi al
conforto del suo abbraccio come mero abbandonata alla febbre, qualche istante prima. Ma capivo che
non era pi possibile e che lui saspettava... Cosa si aspettava? Il panico mi legava la lingua e mi
svuotava la mente. Non trovavo parole, e nemmeno pensieri.
Fu Cosimo, di nuovo, a rompere il silenzio, e nella voce gli vibrava un remoto spavento: Non 
stato facile trovarti.
La stanza era pavimentata. Accanto al letto era appeso un crocifisso di legno e, allo stesso
chiodo, foglie di palma intrecciate a forma di calice e un ramoscello secco e polveroso di ulivo.
Nonostante avessi appena bevuto, avevo la gola ancora secca e la lingua gonfia. Mi sembrava che gli
occhi mi grondassero sangue tanto li sentivo infuocati, ardenti sul viso di mio fratello. Lui stava l,
incerto se scostarsi o toccarmi, quasi intimidito dallintensit del mio sguardo.
Non ti abbandoner, disse infine, puoi star certa.
E allora capii che aveva paura. Ma di cosa? Che cosa rendeva sfuggenti i suoi occhi ed esitante
il tocco della sua mano? Mi guardava come se faticasse a riconoscermi, e tuttavia tent di
tranquillizzarmi.
Non temere, e la sua voce adesso era concitata. Ti porter via subito. Il convento di
Longapietra, tu lo conosci... La madre superiora  donna di grande intelligenza e carit. Con lei
decideremo il da farsi, e finch non avremo deciso l dentro sarai al sicuro.
Non saprei dire cosa mi ero aspettata n cosa volevo da lui: ma non quelle parole, sicuramente
non quelle parole. E me ne accorsi dallo stupore amaro che mi sal in gola, simile a un rigurgito di bile,
mentre il corpo mi si gelava. Le sue parole mi avevano colpito con grande violenza. Eppure mi resi
conto immediatamente della saggezza di quella proposta. Cosera dunque quel nodo di pianto che mi
chiudeva il petto? Su Cosimo potevo contare, su Cosimo e sul suo aiuto. Non era per questo che
lavevo cercato, seppure inconsapevole, muovendomi come un automa in un incubo? Cosimo mi
difendeva senza chiedermi nulla, senza rivolgermi nemmeno una domanda. Si metteva fra me e il
mondo, prendendo nelle sue mani il mio destino come fossi una bambina travolta da una tragica
fatalit. Cos voleva vedermi. E ci che lo turbava era la sua condizione stessa di fuggiasco, di ribelle,
che gli impediva di coprirmi completamente, di farsi scudo fra me e la realt. La preoccupazione e il
desiderio di rassicurarmi gli alteravano i lineamenti. Avrei dovuto essergli riconoscente per quel suo
stare dalla mia parte in maniera totale, incondizionata. Ma le lacrime che finalmente mi velavano gli
occhi erano lacrime dimpotenza. Tutto era stato inutile, dunque: questo fu il pensiero inatteso che mi si
affacci alla mente.
Sopra la coperta qualcuno aveva steso il mio mantello grigio, strappato in pi punti. Guardavo
quegli strappi e sentivo le spine degli arbusti penetrarmi le carni, straziarmi la pelle. Sentivo vive nel
corpo le ferite della notte. Lansia di protezione di Cosimo mi sottraeva alle mie responsabilit, mi
riportava indietro, mi rendeva impotente, spettatrice passiva della mia vita stessa. Ed era proprio questo
che non volevo. La stretta confortante e pietosa delle sue mani divenne una morsa da cui mi liberai con
uno strattone involontario.
Mi fiss con stupore, allarmato. E in quel momento presi la mia decisione: libera, s, libera di
compiere una scelta. Questa volta  la prima, nella mia vita  dovevo essere libera di scegliere,
altrimenti tanto dolore sarebbe stato versato per niente.
La mia voce era debole ma chiara, eppure Cosimo l per l non comprese il significato delle mie
parole. Allora ripetei adagio: Io resto, resto qui con te.
La sorpresa gli dette una specie di capogiro. Teneva ancora la mano posata sulla mia spalla. La
stacc bruscamente, come se si fosse scottato. Poi gli lessi negli occhi un sentimento nuovo, una
comprensione che saffacciava a stento. E non era piacevole. Mi guardava veramente per la prima
volta, da quando mi aveva raccolta nel bosco. Il suo distacco lavvertivo fisicamente, anche se la sua
mano era tornata a posarsi sulla mia spalla, e mi dava un dolore acutissimo ma anche sollievo. E sotto il
sollievo, nascosta ancora ma serpeggiante come un rivolo di fuoco appena acceso in mezzo allerba,
divampava una punta di rancore: per chi, per cosa, non saprei dire.
* * *
Proprio in quellattimo la porta si apr. La mia reazione immediata fu di sgomento e mi ritrassi,
spaventata, sul letto. Giunsero al mio orecchio voci di uomini, un richiamo breve e festoso da una
stanza vicina. Entr una donna con una ciotola fumante in mano.
Finch avr vita ricorder questo mio primo incontro con Antonia. Antonia DAcquisto, cos si
chiamava la druda di Carmine Spaziante, il capobanda. Ma questo allora non lo sapevo.
La luce fumosa della lanterna e quella incerta e sfocata del giorno che entrava dalla porta
spalancata mi permettevano di distinguere a malapena la ragazza che esitava sulla soglia. Mi colp
soprattutto il biondo dei capelli e il lampo della bocca ridente. L per l mi sembr che non potesse
avere pi di tredici, quattordici anni. Una bambina che mi porgeva attraverso il fumo odoroso della
lampada la sua offerta votiva.
Ah, Filomena, pensai, questo s,  un segno buono.
Carmine vi manda a salutare, donna Margherita. Lo volete un goccio di brodo? Dovete aver
fame. Un viso dolce e ingenuo si chin su di me. Niente poteva turbare o smentire laperta fiducia di
quel sorriso.
Ero meravigliata. Davvero non mi aspettavo di incontrare una donna in quel luogo e in quel
momento. Guardando il suo volto sereno sentivo allentarsi la tensione e tornare la stanchezza. Ma ora
potevo abbandonarmi, le sue piccole mani mi sorreggevano con maggiore esperienza e sicurezza delle
forti mani di Cosimo. S, avevo fame. Al primo sorso avvertii una fitta rabbiosa al ventre e un rivolo di
sudore mi scivol lungo la schiena. Pazientemente la ragazza pos a terra la ciotola, mi asciug la
faccia con una pezza bianca che tir fuori dal corpetto, poi di nuovo mi accost la ciotola alle labbra.
Vincendo un tremito, cominciai pian piano a bere.
Prendevo il brodo a sorsi rallentati dalla tazza che lei teneva con una mano, mentre con laltra
continuava a sorreggermi e il tepore del suo seno scaldava la mia guancia. Ero tornata bambina e
fiduciosa e sorbivo da lei la vita, a sorsi cauti ma avidi e decisi bevevo la mia sorte.
Alzai gli occhi solo quando ebbi finito anche lultima goccia. E allora mi accorsi che Cosimo
era uscito dalla stanza.
Fu cos che scelsi la reazione, io che mero infervorata alle letture patriottiche, ai nobili ideali di
redenzione e di unit patria. Scegliendo le montagne, avevo scelto  senza rendermene conto  la
reazione. Il tempo  opaco mentre lo si vive e non permette una consapevolezza piena delle proprie
azioni. Un solo, unico gesto: e non si  pi in grado di fermare i mille rivoli che prendono a scorrere da
quella sorgente. Mai avrei immaginato che mi sarei trovata a compiere una simile scelta. Io avevo
sognato lItalia e la Costituzione, la fine della monarchia assoluta e dei tiranni. Ma quando il sogno era
diventato realt, mero unita agli uomini della reazione: questo il nome dato al legittimismo e, al tempo
stesso, alle sollevazioni contadine che la bandiera bianca dei Borboni tent di coprire in quegli anni.
Gli anni perduti, cos amaramente perduti, della mia giovinezza.
Aprile 1861
Con la primavera le bande che linverno aveva assottigliato tornarono, come i fiumi, a gonfiarsi.
Cos avvenne anche per la banda di Carmine Spaziante, un manipolo di circa trecento persone a cui
ogni giorno si aggiungevano volti nuovi, voci sconosciute. Per la maggior parte erano contadini,
braccianti che disperavano di trovar lavoro o giovani renitenti alla leva. Venivano talvolta scalzi e
disarmati, come se la masseria fosse una calamita, un punto dattrazione irresistibile e fatale. Ma
cerano anche dei soldati borbonici, forse i pi miseri e disperati di tutti, poich possedevano solo la
loro vecchia divisa e una ferrea idea di ubbidienza e disciplina. Alcuni di loro venivano da Gaeta, da
dove erano scappati prima della capitolazione per evitare la prigionia e poter continuare a combattere
sulle montagne. Mostravano con orgoglio una medaglia-ricordo distribuita ai soldati e raccontavano del
tempo glorioso e terribile dellassedio. Privazioni, sofferenze, febbri mortali, ma il Re e la Regina  la
Regina soprattutto, bella e coraggiosa  immancabilmente in mezzo a loro. Durante tutto il tempo
dellassedio non erano riusciti a dormire, tanto la notte era illuminata dal fuoco continuo dei cannoni
rigati, unarma micidiale che lesercito scomunicato dei piemontesi aveva sperimentato contro il forte
di Gaeta. I proiettili avevano una tale forza di penetrazione che potevano passare una montagna da
parte a parte e le bandiere nere sventolavano invano sugli ospedali e sui rifugi improvvisati per i feriti e
gli infermi: la pioggia di fuoco non risparmiava niente e nessuno.
Gli altri, i contadini, i pastori, quegli strani soldati di Francesco con le ciocie e il cappello da
brigante, ascoltavano. Increduli solo del fatto che le sofferenze narrate potessero superare quelle da loro
stessi sperimentate. Molti di loro avevano passato linverno sui monti, da soli o in piccole bande,
tenendosi vicini il pi possibile ai paesi di origine per rifornirsi di armi e viveri tramite famigliari e
amici, secondo la consuetudine del brigantaggio. Ma gli uomini alla macchia, quellanno, erano tanti,
pi numerosi e affamati dei lupi e i manutengoli erano, come loro, poveri contadini e miserabili pastori
costretti a misurare il pane ai loro stessi figli.
La masseria attorno a cui sera accampata la banda apparteneva a un ricco borghese che sera
preso a poco a poco, terra dopo terra, casa dopo casa, tutti gli averi del principe chera stato, non molto
tempo addietro, lunico proprietario di quel bendiddio. Carmine Spaziante rideva nella sua grande
barba ricciuta: Che mano di galantuomo... dove tocca piglia. Un Giuda. In citt amoreggia con i
liberali, ma intanto vedete che ospitalit allesercito dei cafoni, ai soldati di Francesco.
Rideva Carmine Spaziante con una risata profonda, di gola, che ben si addiceva a un uomo
come lui, taciturno per natura e che le vicende della vita avevano incupito ancor di pi. In quei primi
tempi, parlava di rado agli uomini. Ma poi una forza interna, una violenza nuova cominci a
trasformarlo dando risolutezza ai suoi gesti e rendendogli pi audace e sicura la parola. Prese a far
battere lappello ogni mattina. E allora di tanto in tanto dava il benlevato a tutti, come diceva, con
qualcuna di quelle sue frasi brevi ma risonanti che gli venivano soltanto allo spuntar del giorno, a
mente fresca.
Buoni figli, diceva, i pani non hanno le ali, bisogna muoversi per andarli a prendere dove
stanno. E bisogna che questanno le biade maturino per tutti. O per nessuno.
Gli uomini, cupi e taciturni al pari di lui, abituati comerano al silenzio dei monti e ai versi
inarticolati delle bestie, lo ascoltavano battendo a terra i calci dei fucili. Ma su numerosi volti si
leggeva una specie di sbalordimento, come di chi ancora non si fosse capacitato della propria sorte. Di
questo, Carmine Spaziante si lamentava con Cosimo: Gente abituata a imbracciare il fucile, ma per
andare a caccia di animali, non di uomini.
La cospirazione borbonica aveva nel frattempo ripreso vigore e i Comitati rifiorivano, tanto che
in alcune zone ben presto divennero veri e propri governi-ombra. Gli affiliati dovevano prestare
giuramento di fedelt e il presidente riceveva un diploma stampato a Roma. Erano i Comitati a
rilasciare brevetti ai capi delle bande, insieme a promesse di pensioni a vita, titoli onorifici e bottoni sui
quali era incisa una corona, una mano che stringeva uno stile e il motto: Fac et spera. I contadini, che
non sapevano leggere, credevano che fosse uno scongiuro contro i fucili moderni e i tiri precisi dei
garibaldesi (come li chiamavano per sfregio) e dei soldati di Re Vittorio.
Nei paesi, intanto, si viveva asserragliati, nelle campagne cerano pi armi a difesa della
propriet che braccianti al lavoro e i carri passavano senza strepito sulla rotabile poich i vetturali, per
prudenza, avevano preso labitudine di staccare le sonagliere alle briglie dei cavalli.
Antonia continu ad accudirmi fino a quando non fui in grado di rimettermi in piedi. Sera
creata fra di noi unintimit che passava attraverso il cibo e le necessit del mio corpo, ma anche
attraverso la sicurezza mai stanca delle sue mani che mi toccavano, mi confortavano, mi rendevano
meno ingrata la pesantezza atona della mia carne. In seguito ripensai alla sua tranquillit, a
quellaccettarmi amorevole, e non seppi spiegarmelo. Era uno slancio di compassione che subito
laveva portata verso di me o semplicemente la sua indole ubbidiente e servizievole ma anche incauta,
caparbia e avventurosa?
Attraverso di lei ripresi contatto col mondo. La mediazione del suo corpo chiaro e svelto mi era
indispensabile. Non dovevo vincere solo la debolezza fisica: il gravame dei pensieri era una zavorra
che mi avviluppava, mi teneva ferma, incatenata a quel letto perch sprofondassi nella melma vischiosa
dei ricordi.
Dalle vette delle montagne calava talvolta ancora un soffio freddo e nella cucina della masseria
qualcuno accendeva il fuoco. Rattrappita nello scialle come una vecchietta, Antonia si affannava a
preparare un pasto caldo. Gli orecchini doro, pesanti, le arrossavano i lobi delle orecchie e lei ogni
tanto li toccava, con lansia di chi vuole rassicurarsi rammentando lincontrovertibile verit di un
qualche fatto.
Sono un regalo di Carmine, diceva, e il nome di Carmine tornava ogni momento nei suoi
discorsi. Mia madre mi mand a portargli il pane fresco e la ricotta... Sorrideva, abbassando gli
occhi. E cos ha perso la figlia insieme al canestro. Era una contadina poverissima, la madre. Il padre
invece non laveva mai conosciuto, anzi non sapeva neppure chi fosse e quando era bambina, mi
confid, i ragazzini non le davano pace, la perseguitavano con quellinsulto, bastarda, sempre pronto a
uscire dalla bocca come uno sputo.
Poi: Mi tratta come una regina, diceva allimprovviso raddrizzandosi sul busto con un moto
ingenuamente orgoglioso del capo, mentre lo scialle le scivolava allindietro scoprendo le spalle. E le
palpebre si alzavano, gli occhi tornavano a risplendere. Come una regina, ripeteva toccandosi gli
orecchini che le facevano avvampare i teneri lobi. E attraverso i suoi rossori e i suoi sorrisi io vidi dun
tratto in Carmine luomo che non avevo mai visto.
Ero fuggita in camicia da notte e mantello: e camicia e mantello erano ormai tutto ci che
possedevo in fatto dabbigliamento. Meglio cos. Non volevo pi avere il passo intralciato da gonne e
sopravvesti. Le mani libere, il passo sciolto: ecco come mimmaginavo, dallora in avanti.
Quando chiesi ad Antonia di procurarmi un vestito da uomo, lei annu. Non ero la sola ad aver
adottato quellabbigliamento, e saperlo mi sollev. Nello sconvolgimento di tante vite, in quel disperato
gettarsi in seno alla montagna, era unesigenza a cui molte si erano dovute adattare.  labito giusto,
e Antonia si stringeva automaticamente, ma con grazia consapevole, lo scialle incrociato sul petto
giovane e pieno. Labito giusto per questa vita maledetta. A voi star bene.
Fu Maria Orsola Cardona, detta la Bizzarra, a procurarmi il necessario, e fu in questo modo
che la conobbi.
Sapevo che cerano diverse donne, in quel periodo, alla masseria. Partivano da paesi lontani e
percorrevano miglia e miglia a piedi per incontrarsi con il marito o i figli. Appena arrivate si
muovevano per le stanze a disagio, tastando il terreno, guardinghe come animali domestici che
esplorano uno spazio sconosciuto e perci infido. Alcune preferivano cucinare allaperto piuttosto che
nella cucina troppo grande, con quel forno costruito per pranzi opulenti ed elaborati, con quegli spazi
inconsueti che celavano uninfinit di terraglie e oggetti dogni specie. In un angolo, come in tutte le
cucine delle case ricche, si apriva il pozzo profondo e stretto della latrina. La maggior parte di queste
donne andava e veniva, senza fermarsi mai per molto tempo. Alcune raggiungevano gli uomini nei
luoghi dove via via si accasermavano, e restavano a lavare e cucire fino al successivo spostamento. Ma
una e una soltanto  Maria Orsola Cardona, la Bizzarra  faceva realmente parte della banda.
Nessuno conosceva per certo la sua storia. Si sapeva soltanto che aveva partecipato alla
sollevazione di un villaggio di montagna, Tropiano, nellinverno appena trascorso. Si era poi unita al
gruppo di un ex caporale borbonico, ma linverno e i soldati erano riusciti a disperdere quel pugno di
sbandati. Ora si aggirava per la masseria vestita da uomo, con due pistoloni in cintura, e prendeva parte
a tutte le scorrerie. Non contava parenti o amici, nella banda. Quando la vidi, a me parve brutta e goffa,
ma era la prima volta che mi trovavo di fronte a una donna in calzoni e giacchetta di fustagno. Al collo
portava un rosario benedetto e un filo di spago sottile a cui era appeso un sacchetto di pelle contenente
qualche grano di terra calpestata dalla Vergine in una delle sue tante apparizioni. Gli occhi per li
aveva belli. Nerissimi e languidi, sorprendenti, in contrasto comerano con tutto il suo portamento.
Aveva ciglia lunghissime e folte che le crescevano anche negli angoli interni degli occhi, facendoli
apparire ancor pi lunghi e leggermente obliqui. E gli uomini le stavano dietro, per quanto lei li tenesse
a distanza.
La Bizzarra venne e mi si piant davanti. Mi scrut attentamente e se ne and via senza proferir
sillaba. Torn poco dopo con una bracciata di vestiti che rovesci sulla coperta del letto. C tutto,
disse, tutto quello che occorre, tranne le armi. Quelle le distribuisce Carmine Spaziante.
Mi vestii con lentezza. Ogni indumento richiedeva un gesto lunghissimo, non ero abituata a
vestirmi senza aiuto di sorta e senza uno specchio. Con unampia fascia rossa fermai in cintura i calzoni
a gamba di foggia antiquata che mi arrivavano appena sopra il polpaccio. Il seno si perdeva nella
camicia bianca, larghissima, e scompariva del tutto sotto il giubbetto colorato. Poi rifeci la treccia e la
nascosi sotto un berretto a cono ornato di nastri. E a ogni indumento entravo in un tempo e in una
dimensione nuova: la verit  che non stavo indossando un abito, ma una vita. Di mia volont
rinunciavo anche a unultima parvenza di femminile decoro.
La Bizzarra stava con la schiena appoggiata alla parete. E anche Antonia, seduta sul letto, le
mani strette in grembo, mi scrutava, il viso animato come davanti ai preparativi duna festa. Sulla porta
saffacciarono altre donne che vedevo per la prima volta. Le mie difficolt con lacci e nastri ogni tanto
accendevano nei loro sguardi un malizioso piacere. Ma non chiesi aiuto.
In una situazione analoga avevo indossato il vestito delle nozze, sotto sguardi attenti ma
preoccupati, e per con mani premurose che infilavano, allacciavano, stringevano. Tuttavia, agitata e
maldestra, nellindossarlo lavevo ugualmente lacerato: uno strappo lungo, irrimediabile. Filomena si
era affrettata a fare uno scongiuro, unendo i lembi separati.
Finalmente strinsi lultimo laccio: provavo una curiosa sensazione con i calzoni stretti sui
fianchi e i capelli nascosti dal berretto. Ma in fondo era soltanto una maschera che mi aiutava a
ingannare la sorte, nientaltro che un gioco propiziatorio.
La camicia  di vostro fratello, minform Antonia. Avvertii labbraccio della tela, fresco
sulla pelle.
S, abbiamo la stessa corporatura.
E fui contenta di non potermi specchiare, come se lo specchio potesse fissare e rendere certo il
tradimento. Poich mi sembrava di avergli rubato, insieme alla camicia, una parte della sua anima e
della sua forza duomo giovane.
Una di quelle sere ancora fredde, intiepidite dal fuoco del camino, arriv, col suo tamburo a
tracolla, mastro Caronte. Me lo trovai dinanzi, pi ossuto che mai. Da sempre conoscevo quel vecchio
che si guadagnava da vivere cantando annunci e bandi per le strade dei paesi e, fra una grida e laltra,
sedeva davanti alla porta di casa a intrecciare canestri. Un lavoro da donna, ma nessuno ormai si
meravigliava pi quando mastro Caronte stava al sole scaldando le mani artritiche col movimento
ritmico delle dita. Seduto davanti alla porta di casa come le donne, ma con la faccia rivolta alla strada, a
differenza delle donne.
Da tempo immemorabile la sua voce cantilenante entrava nelle case, nel calore delle cucine,
nellintimit delle camere da letto. I rulli del tamburo accompagnavano i passi del vecchio,
echeggiavano nei cortili e nei vicoli, uneco lunga che si allargava, si allargava in cerchi concentrici, in
un cerchio magico in cui egli racchiudeva tutto il paese. Ma i galantuomini o le autorit municipali lo
pagavano per dire solo ed esclusivamente quello che volevano loro. Gente priva di qualsiasi fantasia.
La laconicit degli annunci disturbava mastro Caronte che quando poteva, senza rischio, vi aggiungeva
qualcosa di suo, magari soltanto un rullo di tamburo in pi che spezzava la frase e sconcertava gli
animi. E le sere destate, quando in paese si faceva festa, da banditore si trasformava in cantastorie: il
pi ricercato, il pi famoso cantastorie di tutto il circondario. Gli piaceva raccontare fatti antichi o
nuovi come fossero favole vissute da chissach, in un mondo reso lontano dallintercalare malinconico
dello scacciapensieri. Dinverno mio padre lo faceva venire in casa a scaldarsi accanto al braciere o al
caminetto e allora io lo costringevo a narrare, solo per me, lunghe storie a cui la sua voce cadenzata
dava ritmo e senso. Mentre modulava le strofe, allungava le mani verso il calore del fuoco, senza
guardarmi.
Mi guard invece quando, appena arrivato alla masseria, cincontrammo. Uno sguardo aperto:
adesso poteva conoscermi e riconoscermi. Finalmente lo meritavo, il suo sguardo: meritavo dentrare
nelle sue storie. Non mi dispiacquero i suoi occhi su di me, erano curiosi ma non ostili e nemmeno
diffidenti come quelli della maggior parte della gente della masseria.
E con mastro Caronte e la Bizzarra mi ritrovai il giorno del mio battesimo del fuoco.
Avevamo accompagnato al paese una delle donne, per ritirare lungo la strada delle provviste e
dei cambi di biancheria. Al ritorno per poco non ci scontrammo con alcuni carabinieri della stazione di
Acerro, appostati lungo la rotabile. Ci videro e cinseguirono fin dentro il bosco, sparando ad altezza
duomo. Ma erano a piedi come noi e questo ci salv. Mentre scappavo, udivo il rumore degli spari e
non provavo niente, nemmeno unombra di paura, soltanto mi sembrava davere acquistato in un sol
attimo una estrema lucidit, che era della mente ma anche del corpo. Mai mero sentita cos agile e
leggera, tutti i sensi svegli e tesi in uno spasmo dattenzione acuto ma naturale, che non mi costava
sforzo apparente. Dietro di me, il passo di mastro Caronte, mentre la Bizzarra ci guidava entrambi
aprendoci la via nel sottobosco. Quando fu sicura di aver fatto perdere le nostre tracce, si ferm.
Non avevo mai visto quei luoghi. Erano tristi e desolati. Una fiumara limacciosa scendeva a
valle, gialla al pari del terreno che si apriva pi avanti, scoprendo un fianco della montagna. A quel
punto il bosco si ritraeva bruscamente e la palude avanzava, simile a una malattia, una lebbra che
consumava gli alberi e apriva di piaghe la terra. Ai margini del bosco, dalla parte nostra del fiume, un
borgo piccolissimo, di poche case. Quando ci avvicinammo, il villaggio si rivel deserto e le mura delle
case annerite dal fuoco di un incendio recente, appiccato forse dagli stessi che ci avevano inseguito.
Dalla fiumara, dal terreno fangoso montava una nebbia torbida che ci raggiunse e ci avvilupp.
Avevo limpressione di muovermi in una delle storie di mastro Caronte. O forse eravamo
arrivati davvero alle acque scure del fiume della morte. Dalle viscere del villaggio si lev a un tratto un
grido, o un lamento. Restammo fermi, in attesa. Il lamento si ripet pi lontano, sotto gli alberi.
Unanima persa, rabbrivid la Bizzarra.
E solo allora io maccorsi di tremare e di non riuscire pi a controllare il tremito.
Maggio 1861
Il santuario, lontano dai centri abitati, era aggrappato allo strapiombo di una montagna. Si
giungeva a piedi, fin lass. Muli e cavalli sostavano in basso, al bivio, dove cerano labbeveratoio, il
mercato e un tabernacolo di ceramica azzurra che preannunciava gli splendori delle navate e la
ricchezza degli altari: l, al culmine dogni primavera, si celebrava la festa della Madonna della Catena.
Tutti gli anni, la notte prima del primo giorno di festa, Filomena e io salivamo in pellegrinaggio
fino in cima alla montagna. Si partiva col buio, lalba ancora lontana e il sonno che ci avvolgeva in una
fredda cappa di disagio. Lungo il sentiero incrociavamo altre figure solitarie con cui scambiavo muti
cenni di saluto.
Il punto in cui eravamo solite sostare dominava lintera vallata e l aspettavo, ogni volta con
intatta emozione, il sorgere del sole. Sonno e disagio dileguavano mentre il cielo prendeva respiro
dilatandosi allinfinito e labisso nero e indistinto sotto di noi lentamente si apriva alla maniera di un
sipario, rivelando i boschi tutti stillanti e umidi di luce: stavo assistendo alla creazione del mondo. Mi
prendeva allora un desiderio tumultuoso e vago di fare qualcosa, qualsiasi cosa, lansia di sfuggire a un
destino gi segnato e aprire a forza un varco nel muro che recintava la mia vita. Fantasticavo di
raggiungere Cosimo in citt e mimmaginavo di pranzare in quelle bettole piene di fumo e di studenti
dove ci si poteva sfamare, cos aveva detto mio fratello, con pizze, castagne e olive. E la sera, insieme a
una turba di amici, avrei percorso le strade, con la piccola lanterna dobbligo nella capitale, senza una
meta precisa e senza un orario, poich il tempo della notte l non si conta a ore.
Poi il sole cominciava a scottare e la campagna ad animarsi. La festa cresceva intorno a noi. Tre
giorni di luminarie e penitenze. Ma sotto la volta del santuario sincontravano gli sguardi dei giovani e
delle fanciulle. Le fantasie saccendevano in quello scenario ricco di sete lussuose, di fastosi broccati e
damaschi, caldo di ori e di velluti. Anchio cercavo uno sguardo particolare fra gli sguardi che a loro
volta mi cercavano, ma non riuscivo a trattenere dentro di me nemmeno un volto, nemmeno un sorriso.
E la mia fantasia bruciava invano.
Quellanno tutto cominci come al solito: sembrava che la festa dovesse trionfare, come
sempre, pi forte dogni guerra e dogni calamit, pi viva di qualsiasi vita duomo.
Eppure quello era un anno diverso e particolare per tutti. Per me che non avevo pi notizie n di
mio padre n di Filomena, per gli uomini che alla masseria aspettavano gli ordini di Carmine Spaziante,
invece di stare a lavorare nei campi o a fare la fila davanti alla bottega del barbiere per prepararsi
degnamente alla festa.
Proprio in quei giorni era stato revocato dalle autorit il diritto di semina e di pascolo sul fondo
comunale di Grottaperciata, che si trovava non lontano dalla masseria dove eravamo accampati.
Revocato in attesa, si diceva, di una imminente quotizzazione. Ma incerta era la destinazione delle
quote: a chi sarebbero state assegnate, forse ai galantuomini che gi avevano usurpato e recintato gran
parte del fondo?
E intanto le bestie non avevano dove mangiare.
Da tempo immemorabile gli abitanti di Grottaperciata e di altri paesetti nei dintorni godevano
del diritto di legnare, acquare, pascolare e pernottare sul demanio. Adesso sembrava di essere tornati al
1848, quando pecorai e braccianti erano stati costretti a occupare i campi per rivendicare il diritto agli
usi civici. In cento erano stati arrestati dai gendarmi del Borbone, ma Ferdinando II aveva concesso
loro la grazia, poich li aveva ritenuti pi miseri che rei. E la popolazione di quelle montagne ancora
ricordava latto di clemenza del sovrano e la rabbia impotente dei galantuomini.
Ma ora che avrebbe fatto quel Re forestiero, il Re piemontese, da che parte si sarebbe schierato?
Intanto affamava le bestie, e con le bestie gli uomini.
Cos dopotutto, nonostante i preparativi solenni, non ci fu tempo per la festa, quellanno: tutto
accadde il giorno stesso in cui una processione di uomini si part proprio dal santuario in direzione del
fondo. Erano in tanti e tutti avevano in mano rami dulivo, non in segno di pace ma per ricordare gli
antichi diritti che la comunit vantava sui boschi comunali, fra cui il diritto di tagliare legna a volont.
La processione era aperta da un centinaio di donne, dimentiche di ogni prudenza, con croci e bandiere
bianche preparate in gran segreto e adesso spiegate a sfidare il destino. Cantavano litanie e al tempo
stesso ballavano, gridando di tanto in tanto: viva Maria, abbasso Vittorio!
La terra calpestata si sollevava fitta nascondendo uomini e bestie, tanto fitta che a un certo
punto non si vide altro che una gran nuvola di polvere bianca che avanzava turbinosa attraverso la
campagna. Ogni tanto una figura emergeva e listante dopo veniva risucchiata nel gorgo. Il vento
portava a ondate intermittenti le voci e i richiami. Sempre per, anche quando il vento cadeva, si
udivano chiaramente i versi striduli delle donne che inseguivano i bambini.
E su tutto, il rullo del tamburo di mastro Caronte. Nessuno di noi laveva visto partire dalla
masseria ma  certo che tutti lo sentimmo, quel giorno. Le sue vecchie mani deformate dalla malattia
avevano ritrovato lantico vigore e battevano un ritmo impetuoso e gagliardo, un canto di guerra.
Le notizie correvano veloci in quel periodo, portate dallansia di intere popolazioni, di famiglie
che avevano tutti i loro uomini alla macchia. Le voci correvano pi in fretta dei nostri cavalli. E
venimmo a sapere che la Guardia Nazionale si era recata sul demanio conteso circondando il terreno
occupato dai contadini e dai mandriani, mentre uno squadrone di cavalleria stava accorrendo sul luogo.
Il paese era in stato dassedio. Sincontravano soldati da tutte le parti, la stessa masseria non era pi un
rifugio sicuro, bisognava abbandonarla. Il momento era giunto.
Piantato in mezzo al cortile, imponente e autoritario, Carmine ordinava la banda, divideva gli
uomini, fissava il luogo di ritrovo. Con parole precise, come se non avesse mai fatto altro nella vita.
Provai unammirazione stupita e sconfinata per quelluomo padrone di s, capace di organizzare il
tempo e le azioni, di ricondurre tutto, anche limprevisto, alla determinata coerenza di un suo disegno.
Limprovvisa accelerazione del tempo cominci a eccitare anche me. Stavo accanto a Carmine,
pronta a eseguire ordini che peraltro non venivano. Paralizzata dalla mia stessa eccitazione, fissavo
quel volto alieno e familiare a un tempo. Finch restavo accanto a lui, alla luce aperta del cortile, la
paura era un velo sottile, leggerissimo, di polvere che era facile soffiare via. Ma non avevo il coraggio
di rientrare nella stanza dove avevo dormito per tutti quei giorni e dove ora mi sembrava di aver
consumato esperienze e fatiche troppo grandi per essere anche semplicemente ricordate. L dentro
potevo imbattermi nellombra della mia stessa insonnia: e questo sarebbe stato sufficiente a portare allo
scoperto quel malessere sottile, quellangoscia insistente che ancora pulsava sotto la scorza fragile della
mia eccitazione, come il verme che si muove lentamente in trasparenza sotto la buccia di una mela.
Eppure dovevo rientrare per prendere le poche cose che mi servivano, non potevo attendere oltre.
La maggior parte delle donne si preparava a partire e a lasciare gli uomini. Cucivano in fretta in
fondo ai mantelli reliquie e amuleti che li salvassero dalle schioppettate dei soldati. Ciascuna era presa
dal suo particolare distacco, eppure si avvertiva nel loro gruppo una maggiore coesione. In quel
momento tutte sentivano  e anchio lo sentivo  di non essere legate a un solo uomo ma a una sorte
comune. Si aiutavano a vicenda, si passavano piccole cose, pani, indumenti. Io ancora indugiavo,
osservando dal limitare esterno della porta tutto quellaffaccendarsi. Il sudore mincollava addosso la
camicia e i calzoni, legandomi i movimenti peggio che se avessi indosso il busto. Muovermi mi costava
uno sforzo immenso, non riuscivo pi a recuperare la scioltezza dei gesti e mi pareva di avere le gambe
gonfie di sangue fino a scoppiare in quei calzoni troppo aderenti, improvvisamente estranei al mio
corpo.
In cucina, Antonia andava raccogliendo cibo in grandi fazzoletti di cotone che poi legava agli
angoli con gesti misurati e resi svelti da una lunga pratica. Vidi che si fermava, perplessa, di fronte a un
mastello dove aveva posto a bagno della biancheria. Lindecisione le scavava piccole rughe fra le
sopracciglia bionde come le trecce ripiegate in cima al capo, come le scintille che rendevano allegri e
preziosi i suoi occhi.
Bene, proclam a voce alta, se non posso portarmi dietro la roba bagnata, non la lascer
nemmeno a marcire.
Usc con passo deciso, il mastello appoggiato al fianco, le braccia tonde lucenti dacqua e
lisciva. E si mise a stendere i panni sui cespugli intorno alla casa, alzava le braccia, scuoteva, allargava
con movimenti meticolosi ma lesti per il timore di essere interrotta da un momento allaltro. La scena
era talmente assurda che scoppiai a ridere. Con i panni che le gocciolavano fra le mani, lei si volt,
pronta allinsulto, ma quando saccorse chero io la sorpresa limmobilizz. Non mi aveva ancora mai
sentito ridere. E forse sera convinta  chiss  che fossi nata cos, con un naturale impedimento al riso
e alla felicit.
Mentre il grosso della banda sinoltrava nel bosco per raggiungere luoghi pi riparati, insieme a
Carmine e pochi altri cavalcai verso il demanio occupato. Voltandomi un attimo, la mano appoggiata
alla sella, gettai un ultimo sguardo alla masseria. Aveva laspetto di una fortezza, con quel suo
impianto massiccio, saldamente legata alla terra con radici profonde di quercia millenaria.
I cavalli si muovevano con agilit, ancora freschi, e il terreno non li affaticava. Io mi lasciavo
portare da quella sensazione di leggerezza e dal soffio di unaria ventosa. Montavo a cavallo alla
maniera degli uomini, lieta che i calzoni me lo permettessero. Da principio questo fatto, per me nuovo,
occup tutta la mia attenzione, poi a poco a poco minvase un altro sentimento, comunicatomi
dallavanzare guardingo dei miei compagni, dalla cautela di ogni loro movimento. Per la prima volta
avvertivo, netta, la sensazione del pericolo. Lo vedevo sui volti tesi degli uomini, nel loro modo di
cavalcare, nel loro silenzio, nelle soste, nello scatto nervoso del galoppo. Lo avvertii, infine, dentro di
me: un sentimento indefinibile, che non era semplice paura. Era unattesa spasmodica, intollerabile. Era
la voglia di far precipitare gli eventi per esserne, finalmente, al di l. Oltre lattesa, oltre langoscia
dellattesa. Poi Carmine si lanci in un rapido galoppo, e noi dietro. La terra sollevata dagli zoccoli dei
cavalli mi entrava negli occhi, mi bruciava la faccia. La mia vita, in quel momento, dipendeva
interamente da Carmine Spaziante, dal suo intuito e dalle sue decisioni. Cosa avremmo trovato alla fine
della nostra cavalcata? A ogni manovra, a ogni indugio, a ogni accelerazione il panico mi faceva
precipitare il cuore. Tutta un tratto odiai la mia impotenza e odiai Carmine Spaziante. Non avevo
paura delle baionette dei soldati, se era questo che ci attendeva in fondo al sentiero. E Carmine, di
sicuro, ci guidava secondo una sua prudente strategia. Ma io volevo capire, volevo sapere. Poi pensai:
ecco, questa  la guerra. E questo  ci che prova il soldato semplice, il fantaccino, mentre corre a
destra e a sinistra spinto dagli ordini secchi dellufficiale, riuscendo a muoversi solo per il terrore
dessere fucilato alle spalle. Non capire dove va la propria vita: questa  la guerra.
Il cavallo di Cosimo mi si affianc. Mio fratello si muoveva come se non avvertisse il pericolo,
cavalcava senza rispettare lordine di marcia, incurante delle bestemmie di Carmine, attento invece ad
aiutarmi nei punti difficili. Dalla sua espressione capivo che quel compito non gli dispiaceva. Aveva
notato la mia incertezza, le difficolt che ancora incontravo nel far tenere il passo al cavallo e forse
silludeva di ritrovare, attraverso quella sollecitudine, la mia antica docilit di sorella, ristabilendo in tal
modo lordine delle cose fra di noi.
Il bosco intanto mostrava i segni dellinvasione e della battaglia. I tronchi scheggiati, le radici
degli arbusti scoperte da grandinate di pallottole, la terra asciutta del sentiero scavata e tormentata dal
fuoco dello scontro. Tanto pi singolare appariva, in mezzo a tanto sconvolgimento, la totale assenza di
tracce umane. Il sangue stesso che qua e l macchiava lerba smossa, o il fogliame degli alberi, pareva
sgorgato direttamente dalle viscere della terra, una polluzione notturna. E intorno quel silenzio
ossessivo, come se il bosco avesse soffocato ogni respiro e sospeso ogni manifestazione di vita.
Eravamo entrati in uno spazio malefico e stregato, e il battere cadenzato degli zoccoli dei nostri cavalli
era il lontano bussare della realt alle porte del sogno.
Poi vidi, dietro un cespuglio, un cappello a cono che sembrava riposto con accuratezza da una
moglie solerte e devota, pronto per essere indossato. E, di colpo, mucchi di cenci sparsi ovunque, armi
spezzate, la carcassa di un mulo coperta di mosche ubriache che ronzavano con una forza spropositata.
Carmine scrutava attentamente ogni pianta, ogni sasso, ricostruendo gli avvenimenti, indovinando da
segni impercettibili ci che si era consumato in quel tratto. Interrogava la terra, traeva conclusioni dal
silenzio degli animali, si consultava piano con Cosimo, con gli altri uomini. Annusava laria ancora
bruciata dagli spari. Infine, volse il cavallo.
La giornata era senza sole e il ventre flaccido delle nuvole gravava sulla terra, sul bosco
immobile. Nelle radure che si aprivano improvvise sotto gli zoccoli dei cavalli, locchio del cielo mi
colpiva come un livido presagio. Il giorno non finiva mai. I cavalli se lo trascinavano dietro nel loro
stanco galoppo. I volti degli uomini chiusi nelle grandi barbe mi erano profondamente familiari, nella
comune fatica. Li conoscevo tutti, ormai. Il sergente Motta, promosso a tale grado da Carmine
Spaziante ma soldato semplice nellesercito borbonico, figlio di un pastore e di una tessitrice. Il
giovane Gaetano Lacava, bracciante analfabeta e superstizioso, che si diceva caricasse il fucile con i
grani del rosario. Portava i capelli lunghi, divisi in due bande che gli ricadevano sulle orecchie e poi
tirati indietro e legati in una lunga coda. Gennaro Iannarelli, vetturale privato, che aveva dato alle
fiamme i carri del trasporto pubblico, sua croce e rovina. E infine Vincenzo De Leo, bracciante
giornaliero, che ogni anno era solito migrare con la sua gente nelle terre papaline, tornandone con
qualche soldo e con larsura delle febbri perniciose. Scendeva verso la terra della Chiesa con gli altri
montanari, divisi in compagnie, e insieme tornavano a svernare sui loro monti. Quellanno avevano
trovato le frontiere chiuse e nessuna prospettiva di lavoro. Invece degli uomini inviati dai proprietari
con le caparre e i soldi dellingaggio, ai punti di raccolta avevano trovato Carmine Spaziante o altri
capobanda che li avevano arruolati.
Ci avvicinavamo al paese: il sentiero era diventato pi agevole, le campagne erano coltivate e i
muri a secco dividevano le coltivazioni con un abbraccio ampio e pigro di vecchi serpenti. Ma dai
campi deserti non si levava una voce. Un silenzio innaturale continuava ad accompagnarci. Solo, in
lontananza, si udiva un suono lento e soffocato. Dapprima non vi feci caso, come se rientrasse
nellordine naturale delle cose, in sintonia con quella giornata tetra. Poi, un senso di allarme mi rese pi
vigile e attenta. E mi vennero incontro i rintocchi di una campana che suonava a morto.
A una svolta della strada, su unaltura brulla, scorgemmo una casupola dello stesso colore della
roccia. Una vecchia completamente avvolta in uno scialle nero stava seduta l di fronte. Teneva la
faccia rivolta verso il paese, i cui tetti ormai sintravedevano dietro gli alberi, poco pi avanti. Le mani
in grembo, arrese, le palme schiuse verso lalto. Al nostro richiamo, non si mosse. Aveva la rigidit di
una statua e, nei tratti, la forza respingente di quelle antiche sculture messe a guardia dei camposanti.
La Chiesa Madre sorgeva proprio al centro dellabitato e si apriva su una piazza rettangolare, un
poco pi alta della strada. Ombreggiata da tre querce secolari, era chiusa su due lati da una ringhiera di
ferro battuto a cui saddossavano lunghi sedili di travertino.
Li vidi subito: in mezzo alla piazza, ammucchiati alla rinfusa sulla nuda terra.
Lasciammo i cavalli a un giovane che ci aveva accolto e accompagnato fin l. Ci avvicinammo,
e la scena si precis: forse dieci, forse pi corpi umani gettati l come carogne. Alcuni nudi,
completamente spogliati dei loro vestiti, le ferite esposte al cielo che soscurava nellimminenza della
notte. Sopra di loro grida rauche ed eccitate di uccelli e, ancora, il suono lento delle campane.
Rintocchi che picchiavano direttamente sul cuore, precisi e acuti come tanti colpi di martello. Lodore
dolciastro della morte cominciava a diffondersi nelle strade. Il paese era tutto fuori, una processione
silenziosa si muoveva dalle case con le finestre sbarrate alla Chiesa Madre. Gruppi di uomini col capo
scoperto e donne velate si fermavano ai lati della piazza, a guardare quello spettacolo di morte voluto
dai soldati di Re Vittorio come ammonimento. Lasciare insepolti i fucilati, era lordine.
I dieci erano stati scelti a caso fra i contadini catturati dopo lo scontro sul demanio. Alcuni
erano forestieri e nessuno li conosceva. Dopo un improvvisato consiglio di guerra, la sentenza di morte.
Emesso il giudizio, gli ufficiali dellesercito italiano che facevano parte di quel consiglio nominato in
fretta e alla cieca si erano ritirati, per non concedere ai cafoni lonore di assistere alla loro esecuzione.
Le mani legate dietro la schiena, li avevano condotti sul sagrato. I soldati li spingevano con le baionette
perch camminassero pi in fretta. Una scarica lunga e rabbiosa, ed erano caduti luno addosso
allaltro. Non avevano fatto in tempo neppure a gridare un nome  il loro o quello del loro paese 
perch qualcuno lo riportasse alle donne che li attendevano. Il nome era probabilmente la sola cosa
posseduta in vita da quei cafoni, e i fucili di Re Vittorio li avevano privati anche di quellunico segno di
distinzione.
Una folla muta adesso circondava la piazza. Nessuno osava pregare. Le vecchie muovevano le
labbra senza emettere suono, alzavano le braccia al cielo in gesti smisurati di disperazione. Mescolati in
mezzo alla folla, dimentichi di ogni pericolo, non riuscivamo a staccare gli occhi da quello spettacolo.
In mezzo ai fucilati riconobbi mastro Caronte, vestito con la sua uniforme di banditore, la cinghia del
tamburo ancora al collo. Stava buttato in mezzo ai corpi degli altri ma proprio al centro, come se
tenesse banco e tutti gli si stringessero attorno per sentire un annuncio o ascoltare una storia.
Guardavo con gli occhi di unubriaca o di una persona trasportata di colpo nel mezzo di un
incubo. Per svegliarmi, mi passai una mano sul viso, sulla giacca ruvida, sui calzoni: mi sembr di
toccare un altro, un intruso.
In quel groviglio di corpi a poco a poco distinsi le persone, i volti. I capelli lisci e neri di un
giovane si muovevano appena al vento leggero che si era alzato dopo lafa opprimente del giorno, quasi
a scuotergli con un tocco gentile limplacabile fissit del volto. Non era la morte, quella. Era molto di
pi. Un cane si stacc dal gruppo degli spettatori e con fare circospetto attravers la piazza. Ci spiava
di sbieco, gli occhi iniettati di sangue, mentre lodore della morte lo faceva sbavare. Quando si
avvicin a un cadavere, una donna si mise a urlare, qualcuno lanci una pietra e il cane fugg
ringhiando. In una casa, poco distante, cominci una lamentazione funebre. Qualche donna, in strada,
cominci a pregare e qualche uomo rispose. Il triste incanto era rotto. Ma nessuno os ancora salire i
gradini che portavano al luogo dellesecuzione. Non per paura dei soldati, ormai lontani. Nessuno
voleva profanare quellaltare e porre termine alla passione.
Una giovane donna sciolse le trecce castane e diede inizio al pianto. Si strappava i lunghi
capelli a ciocche intere e col braccio teso, le dita aperte, li lasciava cadere tuttintorno alla piazza come
lucidi rivoli di lacrime subito disperse dal vento. Sangue vivo prese a rigarle il volto. Una fanciulla sal
a piedi scalzi i gradini e raccolse sul sagrato alcuni sassi macchiati di sangue rappreso. Scese poi
lentamente, portando i sassi sulle palme aperte e li offerse ad alcune donne che se li posero in seno,
mentre i rintocchi delle campane seguitavano a cadere dallalto sulla folla.
Quando ci allontanammo in gruppo, tutti assieme, non ci fu viso che si voltasse a guardarci o
persona che mostrasse di accorgersi di noi. Dietro il municipio ci aspettavano alcuni galantuomini.
Carmine li trasse in disparte e, da solo, confabul con loro per qualche tempo, a voce bassa e concitata.
I galantuomini erano chiaramente spaventati e insistevano per entrare in una casa vicina con la porta
discretamente socchiusa. Ma Carmine rimont a cavallo e, compatti, riattraversammo di corsa il paese,
sparendo ben presto dietro le colline.
Giugno 1861
Cominci per noi una vita randagia. Ci spostavamo in continuazione da un bosco allaltro, da
una montagna allaltra, traversando valli e fiumi, campi e paludi. Senza mai riposo, un giorno
inseguendo e un giorno inseguiti. Cavalcavo nelloscurit, risalendo i greti dei torrenti che coprivano i
rumori della notte col loro precipitare affannoso fra sassi e dirupi. Davanti a me si stagliava la sagoma
della Bizzarra. I capelli le si scioglievano sulla giacca da uomo, pi fitti della criniera del cavallo.
Sembrava un animale leggendario, partorito dalla notte stessa nel sogno faticoso di un travaglio.
La banda contava ormai mille e pi gregari: controllarla e guidarla era un compito arduo. E in
questo compito Carmine mostr davvero tutte le sue qualit. Non era pi lo stesso uomo, il contadino
energico ma goffo e impacciato che avevo conosciuto e che credevo di ricordare tanto bene.
Carmine era stato un buon fattore, anche se di carattere un po troppo gagliardo. Ma proprio per
questo probabilmente mio padre gli aveva offerto quellincarico ambito  fattore in una delle sue
masserie pi ricche  bench a quei tempi egli fosse ancora molto giovane, preferendolo a uomini di
maggiore et ed esperienza. Pi tardi gli aveva prestato i duecento ducati che gli servivano per essere
esonerato dal servizio militare. Cos Carmine Spaziante non era mai stato soldato. Un vanto, per lui.
Non ho mai servito sotto le bandiere, proclamava con orgoglio, e riesco a sconfiggere ufficiali di
carriera.
Ben presto si era sposato. Ricordavo a malapena quella contadina timida che gli portava sui
campi la cesta con il pane e il vino per poi sparire, in un riserbo cauteloso. Non osava volgere gli occhi
intorno per tema dincontrare gli sguardi dei braccianti al lavoro, e nemmeno osava guardare il marito,
quasi fosse una cosa sconveniente. Non lavorava pi in campagna con le sorelle come faceva un tempo,
ma guadagnava ugualmente i suoi bravi quaranta centesimi al giorno cardando lana in casa.
Esattamente nove mesi dopo il matrimonio un parto difficile se lera portata via. Il bambino le era
morto da tempo nel ventre e le aveva intossicato il sangue, coprendo di pustole e piaghe il suo viso,
tutto il corpo. Con la morte della moglie a Carmine invece il sangue sera inacidito. Era diventato
insofferente e bravaccio, invischiandosi in storie pericolose. E infine aveva ucciso un uomo, per oscuri
motivi donore, dandosi poi alla macchia. Catturato, era stato condannato e condotto al bagno penale:
senza la rivoluzione garibaldina la porta del carcere non si sarebbe mai pi aperta per lui. Aveva
sperato nel condono per aver preso parte ai moti rivoluzionari combattendo a fianco dei garibaldini, ma
invano. Non era il solo ad aver coltivato questa speranza. Diversi briganti, ancora alla macchia o fuggiti
dalle carceri, si erano schierati con Garibaldi e, dopo aver combattuto per la causa italiana, a Garibaldi
avevano chiesto la riabilitazione. Si raccontavano storie di lusinghe e corruzioni, di migliaia di ducati
sborsati dai briganti di un tempo in cambio di una promessa di impunit. A Carmine Spaziante fu
promessa la grazia o laiuto per un espatrio clandestino. E realmente ebbe un passaporto turco, per
recarsi prima in Albania e poi a Corf. Nomi che suonavano ostici a quelluomo che conosceva solo i
monti del suo paese. Ma aveva deciso, in ogni modo, di partire quando lo colse una febbre altissima e
virulenta. Gli comparvero davanti la moglie e il bambino morto che lo accusarono di voler lasciare
incustodita la loro tomba. Dopo la malattia, rinunci allespatrio. Ben presto le nuove autorit
municipali spiccarono contro di lui un mandato di cattura: ancora un volta gli si apriva davanti, come
unica possibilit di scampo, la strada dei boschi. Ed ecco che lo raggiunsero lusinghe e promesse di ben
altro genere.
Statti pronto in favore di Francesco, gli mandarono a dire. Non solo sarai ricompensato con
denaro, ma sarai considerato.
Considerato... lui disse. C un solo modo per essere considerato dagli uomini: far loro
paura.
E la reazione, che in qualche luogo cominciava ad alzare la face della ribellione, divenne nelle
sue mani unarma potente.
La sua attuale dimestichezza con mio fratello portava il segno di tutte queste esperienze, eppure
quando i suoi occhi si posavano su Cosimo vi leggevo ancora lantico incantamento. Fra i due esisteva
una confidenza di vecchia data. Quando lavorava per nostro padre, Carmine, gi uomo nellaspetto e
nelle azioni, amava portarsi dietro quelladolescente dai sottili capelli castani che sarricciavano attorno
a un volto bello come quello di una fanciulla. Lo portava in campagna, alla masseria, e la sera gli dava
da bere un vinello aspro e gli raccontava storie interminabili di caccia e di boschi, di eredit e di
intrighi, di mangiate senza fine e di tradimenti amorosi. Lui che non parlava mai, con Cosimo si
animava, scioglieva la fantasia. Cosimo, da parte sua, gli insegnava a scrivere nome e cognome, gli
guidava la mano resa pesante dal fucile, dal maneggio dei cavalli, dal lavoro nei campi. Talvolta
andavo con loro e la sera bevevo anchio il vino, direttamente dalla fiasca. Carmine la passava a
Cosimo e Cosimo a me. In mezzo a loro due mi sembrava di perdere consistenza, unombra che si
posava sulla loro complice intesa.
Molto tempo era passato da allora, un tempo che li aveva cambiati entrambi. Li osservavo
mentre, seduti vicini, si consultavano, decidevano azioni e trattative oppure, semplicemente,
conversavano. Nei miei ricordi, Carmine era tardo e massiccio. Adesso mi stupiva perfino il suo modo
di camminare, quella spavalderia ostentata tipica dei giovani uomini, di chi si sente ben vivo nella
scioltezza dei movimenti, nei riflessi pronti delle gambe, dei muscoli. Una vitalit che non gli
conoscevo animava il suo sguardo e rendeva lesta la sua lingua. Cambiati, s, cambiati entrambi. Mio
fratello tuttavia conservava quel suo aspetto gentile, un poco trasognato. Mentre Carmine... Mi era
difficile definire con esattezza il suo cambiamento. Ma guardandolo avevo limmediata, tangibile
certezza che era lui, adesso, a condurre il gioco. E mio fratello gli apparteneva. Come gli
appartenevano quei boschi, quella guerra, lanima stessa di tutti quegli uomini che componevano la
banda. E anchio in qualche modo gli appartenevo. Questo pensiero mi turbava e mi rendeva aspra e
insolente, con lui, pi del necessario. Ma la mia insolenza non aveva presa: per lui restavo unombra
inconsistente, al pi una cicatrice del passato. Cos pensavo, o cos forse desideravo pensare.
Verso Antonia, invece, Carmine rivelava una fame di possesso geloso e cupo che si tradiva in
ogni gesto e in ogni sguardo, e che contrastava grandemente con la spensieratezza allegra di lei. A
differenza della prima moglie, Antonia gli era sempre accanto e lo fissava con occhi insistenti che
lasciavano intuire troppe cose. Anche lui del resto aveva perso ogni ritegno, non gli importava pi
dessere sorpreso mentre sappartava con lei, dietro la porta di una stalla o di una capanna. E Antonia,
perfino quando stava con me, era di Carmine che parlava. Mi prendeva le mani che, fra le sue dita
grassocce, risaltavano nel loro pallore, lunghissime e scarne. E parlava di quella barba ricciuta che
copriva una bocca avida, di quei fianchi possenti che non lasciavano scampo. Non mi piacevano quelle
confidenze, ma Antonia seguitava a stringermi le mani senza accorgersi che mi irrigidivo e mi scostavo
sottraendomi alla stretta. La lasciavo provando un senso di leggero fastidio assai simile a un
risentimento o a uninsofferenza astiosa. Poi scuotevo le spalle: che mimportava degli amori di due
villani?
Ci fermammo per qualche tempo nel feudo di Centocavalli, accampati attorno al palazzo e alle
case coloniche che erano il cuore di quelle terre boschive e sconfinate, propriet di un misterioso
signore. Si diceva chegli vivesse nascosto in unala remota di quel suo palazzo da cui raramente si
muoveva, e sempre in portantine e carrozze ermeticamente chiuse, circondato e protetto dai solerti
guardiani in uniforme verde. Nessuno conosceva il suo nome, tranne Carmine Spaziante. Si diceva
anche chegli non fosse realmente padrone n delle case n delle terre che gli erano state affidate, con
un contratto fittizio, da una congregazione religiosa o da un convento soppresso dal nuovo governo,
con lintento di evitare lincameramento e la quotizzazione dellimmensa tenuta. Non seppi mai la
verit.
Carmine fece del palazzo il suo quartier generale, stabilendovisi col suo stato maggiore e i suoi
consiglieri. Io avrei potuto restare con loro, ma preferii allontanarmi. Mero accorta di temere la
seduzione dei gesti damore di Antonia, la gioia piena delle sue risate infantili. E temevo quel desiderio
scoperto, intenso e grave, sul volto di Carmine. Mi restava a lungo nella mente, troppo a lungo, fino a
imprimersi nella mia stessa carne.
Cos mi accampai nel bosco insieme alla Bizzarra e al resto della banda.
Gli uomini costruirono in pochissimo tempo un campo trincerato. Lavorarono con ardore e
alacrit per circondare le capanne duna siepe difensiva fatta di pali, fascine, terra e sassi. Centinaia di
scuri sabbatterono sugli alberi. In poche ore fu costruito un riparo a forma di mezza luna che avrebbe
permesso, in caso dattacco, una migliore difesa o una pi facile ritirata in direzione della selva o delle
case coloniche.
A Cosimo non piacque la mia scelta e tuttavia mi aiut a costruire un rozzo rifugio che lasciava
entrare i venti della sera e il sole della mattina. L avrei dormito con la Bizzarra.
Ben presto la nostra capanna si riemp di erbe medicamentose, di intrugli, di infusi. La Bizzarra
era espertissima nel curare ferite e malattie e cera sempre qualcuno che laspettava per essere
medicato. Usava tutto: contro le infezioni lunguento latteo ricavato dalle patate ben pestate, per far
cicatrizzare le ferite olio sbattuto e foglie di pelosella, per le contusioni un cataplasma di crusca
impastato con acqua e aceto. Acqua e aceto servivano pure a lavare le ferite e per guarire il catarro o gli
infreddamenti metteva sul petto del malato un fazzoletto di tela pieno di cenere calda. Contro la
debolezza generale del corpo dava da bere un infuso tiepido di capelvenere in cui aveva immerso un
ferro rovente. E su qualunque ferita applicava foglie di cavolo selvatico bollite.
E mentre fasciava, lavava, medicava, frizionava, andava recitando con i malati o i feriti certi
suoi scongiuri particolari, certe parole enigmatiche che moltiplicavano gli effetti della cura. Nutriva un
profondo disprezzo, la Bizzarra, per i medici che usavano solo le piante medicinali e la propria scienza
per curare i complicati malanni della gente.
Quegli ammazzacani, e sputava per terra. Non sanno i bisogni di un cristiano.
E raccontava di quando, una notte, aveva visto brillare sul ciglio della carrozzabile una
lampada: un viandante, aveva immaginato, preso dalla stanchezza o che aveva perso la via. Trov
invece una donna sola e stesa per terra che si contorceva nel dolore delle doglie. Laiut a partorire sul
ciglio stesso della via, legando il cordone ombelicale con un filo scucito dalla veste, al chiarore della
lampada, sotto un cielo bianco di stelle.
Per fortuna noi donne abbiamo le mani esperte... E io le ho sperimentate sulla mia stessa
carne.
Quella frase mi apr un segreto del suo cuore, ma non osai chiederle quando e dove aveva
partorito, e se il figlio viveva e con chi o se dopo nove mesi avesse soltanto partorito dolore.
Era una donna taciturna. Potevamo stare sedute per ore, luna accanto allaltra, senza
pronunciare una parola, scambiandoci soltanto gesti brevi dintesa. E forse il silenzio era la medicina
che lei mi offriva. Non era il silenzio di Cosimo, che voleva costringermi a ricordare colpe e dolori. Per
ritrovare lamore del fratello dovevo sempre attraversare loscurit minacciosa di quel silenzio in cui si
celavano insidie e trabocchetti. Invece quello della Bizzarra era, semplicemente, il silenzio di una
persona viva accanto a me. Potevo sciogliere le mie paure in quelle pause riposanti, potevo toccare la
sua mano larga e forte di contadina se mi scoprivo visitata da spettri angosciosi.
Insieme alle altre donne eseguivo i compiti e le incombenze semplici di tutti i giorni, quale
lattingere acqua ai pozzi nei cortili dei casamenti colonici, poco distanti dal nostro accampamento. Nel
palazzo non si poteva: il pozzo era suggellato da una pietra massiccia su cui era scolpito lo stesso
misterioso stemma che i guardiani portavano sul berretto. E cera sempre qualcuno di guardia, come se
l sotto si celasse qualche nettare prezioso e non acqua schietta. Anche il ponte levatoio era sempre
abbassato, ma i guardiani ne sorvegliavano attentamente laccesso.
Per alcune notti di seguito sciami di insetti volanti vennero a morire contro le frasche delle
nostre capanne. Era una tempesta che calava di colpo, inaspettata, un turbine nero e picchiettante come
grandine, denso e soffocante come sabbia. Durava qualche ora e si ritirava abbandonando a terra un
folto tappeto dinsetti morti. Con ramazze improvvisate, le donne sgombravano il terreno. Io le
osservavo attentamente per imitarle: mi era difficile armonizzare i miei gesti con i loro. Erano abituate
a servire, io a essere servita. Unabitudine che, per la prima volta nella mia vita, avvertivo come un
impaccio: di fronte a loro ero disarmata, una bambina che deve ancora imparare tutto, le cose essenziali
della vita. Facevo fatica ad abituarmi alla mia nuova condizione e a una promiscuit che mi era
sconosciuta. Senza laiuto della Bizzarra e di Antonia non avrei retto il confronto serrato con le altre
donne.
Una volta accettata, con gli uomini dividevo rischi e pericoli, e questo era tutto. Fra le donne
correvano emozioni pi profonde e laccettazione non era affatto scontata. Rendermi conto di questa
verit fu duro. Mi sentivo ogni giorno messa alla prova, ma una prova di cui non mera dato conoscere
nemmeno lesito, quasi un rito arcano e pericoloso. Il disagio diventava timore mentre fiumi sotterranei
sinfiltravano nei miei sogni, e il sogno trascinato dai vortici di una corrente invisibile precipitava come
sempre nellincubo.
Ogni mattina, quando mi svegliavo, per un attimo non riconoscevo il giaciglio, non ricordavo
dovero e il panico mi serrava la gola. Poi i miei occhi sincontravano con gli occhi della Bizzarra e mi
raggiungeva la voce di Antonia che si annunciava da lontano. Cadevano allora le oscure trame che le
altre donne andavano tessendo contro di me, e cadeva ogni ambigua, fastidiosa gelosia.
Non conobbi mai da vicino il nemico che mi ero scelta. Mai prima della mia cattura.
Ogni tanto ci capitava dintravedere, in lontananza, le truppe italiane mentre arrancavano sotto
il sole, le spalle gravate dal peso di quello zaino che noi chiamavamo per scherno lo Piemonte.
Tuttavia erano pur sempre soldati, e per i cafoni che si erano dati alla macchia non era agevole
affrontare truppe regolari, munite di artiglieria e per di pi a cavallo. Anche se i cavalli risultavano
inutilizzabili nei boschi, dove soltanto noi osavamo avventurarci con le cavalcature.
La vita non era facile per le bande di contadini-briganti. Ma lo era ancor meno per
quellesercito che si diceva italiano e si trovava a combattere in una patria nemica. La crudelt degli
ufficiali di Re Vittorio verso i propri soldati era pari a quella dei capi-briganti verso i propri uomini. Ci
voleva il pugno di ferro per mantenere la disciplina fra soldati che per mesi non si coricavano non dico
su un letto ma nemmeno su un pagliericcio posto in terra, che dormivano senza svestirsi, dove capitava.
E se cadevano esausti dopo marce estenuanti e rifiutavano di proseguire, venivano accusati di
insubordinazione e fucilati alla stessa stregua dei briganti, oppure costretti, nel migliore dei casi, a
riprendere il cammino a forza di sciabolate e colpi assestati con i calci dei fucili. La terra stessa si
difendeva da loro colpendoli con febbri e tifo.
Alcuni di quegli ufficiali divennero presto famosi, tristemente famosi fra le nostre popolazioni.
Il capitano Crema. In molti ancora ricorderanno questo nome. Era un uomo davvero particolare,
comandante di una colonna mobile, che usava volentieri un suo frustino dal manico intarsiato contro i
paesani restii a obbedire ai suoi ordini. Una volta aveva frustato il proprietario di un caff che aveva
chiuso il negozio al sopraggiungere delle truppe italiane e unaltra volta, sulla pubblica piazza, il
sindaco di un paese che gli aveva rifiutato il permesso di acquartierare gli uomini in municipio.
Possedeva un piccolo serraglio personale, cani, gatti e canarini che la sua ordinanza accudiva e
sorvegliava.
La notte, nei nostri bivacchi, gli uomini parlavano a lungo di queste curiose abitudini e la figura
del capitano Crema respirava nel buio, alle nostre spalle.
Mi accadde di traversare alcuni paesi subito dopo di lui: ovunque si scorgevano i segni del suo
passaggio. A Casalciprano i soldati serano accasermati nella chiesa parrocchiale non trovando altri
luoghi pi idonei, ed entrare nella chiesa devastata dava un senso di sgomento e confuso orrore. Mi
meravigliai di quello scempio, perch almeno il timore e il rispetto delle cose di Dio avrebbe dovuto
essere comune, a noi e a loro. Ma in guerra il nemico non ha mai lo stesso Dio, a quanto pare.
Di notte noi donne eravamo dispensate dai turni di guardia. Era lunico privilegio che potevamo
vantare, poich si partecipava a tutte le altre attivit della banda, nessuna esclusa. Anche noi uscivamo
a turno in perlustrazione o per compiere requisizioni. E piuttosto che linattivit forzata
allaccampamento, io preferivo i rischi di queste scorrerie. Carmine accettava la mia presenza con la
stessa noncurante facilit con cui accettava quella della Bizzarra. Spesso ci precedeva sul suo cavallo,
mentre noi si batteva palmo a palmo tutta la campagna intorno ai paesi, tutte le strade, dalle mulattiere
alla carrozzabile. Lestate cominciava a prosciugare i torrenti. Scorgevo a volte, in fondo a dirupi
sassosi, strisce di terra arida, deserta, senza un filo derba verde. Ma sembrava quasi unallucinazione,
poich i boschi, le campagne intorno a noi erano ancora in pieno rigoglio, gonfi di vita e di colori. Una
mattina quasi caddi su un groviglio di serpi, rigide al pari di rovi secchi e inanimate perfino nelle
pupille ferme e incantatrici. Ebbi il presentimento che presto sarebbe successo qualcosa.
Eravamo diretti verso la montagna di Serra Estania, a met strada fra il paese di Conca e il
bosco di Acqua Forano, quando ci giunse notizia che un distaccamento di cavalleggeri, ben fornito di
vettovaglie, sera accampato in un casolare isolato. Nottetempo accerchiammo la casa, aspettando
lalba per lattacco. Era una notte limpida e il coro ossessionante dei grilli impazziti girava vorticoso
fra le stelle basse, vicinissime.
Vennero le prime luci. E quando i soldati uscirono per rigovernare i cavalli e preparare il rancio,
aprimmo il fuoco. Immediatamente Carmine Spaziante comand di stringere laccerchiamento,
pensando che la sorpresa cogliesse impreparati i cavalleggeri, e invece dalle finestre ci accolse una
bordata di fucileria. Lo scontro non fu rapido come sera immaginato. Si continu per molto tempo a
sparare da una parte e dallaltra. Il sole era forte e ci abbacinava. Lassedio dur pi di otto ore, sotto
un solleone che scioglieva i corpi e ottenebrava le menti. Carmine Spaziante, temendo che gli spari
richiamassero lattenzione di qualche colonna in transito, ordin infine di snidare i soldati dando fuoco
alla casa. Ammonticchiammo tuttintorno paglia e fascine di rami dulivo, e appiccammo il rogo. Le
fucilate si fermarono, cadde il silenzio. Anche la tromba che incitava allattacco dallalto della
colombaia tacque.
Tutto si svolgeva con una lentezza terribile.
Non tirava un alito di vento e le lingue di fuoco montavano piano, con un crepitio subdolo che
cresceva nel silenzio inquietante dei fucili, assordava pi dun frastuono di spari. Le vampe ancora
basse serpeggiavano intorno alle mura saggiando il terreno prima dellassalto finale. Lattesa fu lunga,
pi lunga delle lunghe ore di combattimento. Il tempo si trascinava pesante mentre pensavo agli uomini
intrappolati l dentro. Sentivo la mia pelle bruciare come se anchio fossi minacciata dalle fiamme e
ogni movimento, ogni pi piccolo gesto si svolgeva lento, in uno spazio ovattato, alla soglia estrema
della mia capacit o volont di percezione.
Poi, mentre la tromba dei cavalleggeri riprendeva a suonare, alta sopra la corona di fuoco,
sentimmo le prime urla.
Non so cosa mi accadde, in quel momento. So soltanto che mi misi a sparare di nuovo,
allimpazzata, e a gridare. Suoni inarticolati come quelli di un animale. Gridavo con una voce che non
era la mia. Qualcuno mi si gett addosso e mi trattenne a forza per farmi smettere: era il corpo di
Carmine che lottava con il mio, erano le sue braccia che mi tenevano, mi costringevano a tornare alla
realt, mi forzavano contro il suo petto, stringevano i miei fianchi contro i suoi. A quel punto ebbi netta
la sensazione di un cambiamento. E scordai il fuoco, gli uomini intrappolati, tutto lorrore della
situazione. Erano le mani di Carmine, che non mavevano mai sfiorato prima dallora, a toccarmi e di
nuovo a stringermi in una morsa che aveva dimenticato la sua ragione dessere. Come se fra di noi
fosse stata abbattuta anche lultima barriera.
Di nuovo, ci mettemmo in marcia.
Gli uomini continuavano ad accorrere e a ingrossare le nostre fila, animati dalla passione della
vendetta e dallillusione di arricchirsi col saccheggio e i ricatti. Eppure oggi, ripensando a quei giorni,
mi stupisco del soffio di speranza che, sopra ogni cosa, animava quei disperati: un miraggio tanto vago
e indistinto quanto certa e dura era la sorte che ci attendeva. Forse ognuno aveva un suo proprio sogno
segreto e non osava raccontarlo al compagno e nemmeno a se stesso. Certo  che lestate del 1861 fu
lestate dei cafoni e della loro speranza violenta e triste.
La Storia sembrava volgere decisamente a favore del legittimismo. La nostra banda aveva
acquistato potenza pur avendo perso in parte la sua agilit per il continuo afflusso di reclute, cos che
diventava ogni giorno pi difficile seguitare il gioco logorante dellattacco e della fuga, la manovra di
guerra preferita da quei soldati-briganti. La tattica dei gesuiti, rideva Carmine. Si sentono le ferite
ma non si vede lautore.
I Comitati segreti, intanto, lavoravano ovunque per far insorgere il popolo e aprire le porte dei
paesi ai soldati di Francesco, e truppe straniere erano pronte a sbarcare sulle coste della Calabria,
comandate da un generale spagnolo. Queste erano le voci che correvano. Ma chi poteva misurarne la
consistenza?
La realt tuttavia era rassicurante. Denaro e provviste non mancavano e le masserie erano a
nostra disposizione, a un patto: mangiate e bevete, era la consegna, ma non distruggete.
Cos fu, per un certo periodo di tempo. E se nascondersi era diventato un problema, la
montagna per ancora ci copriva e ci dava la sua protezione. Non si faceva che camminare e salire e
man mano che si saliva la montagna intorno cambiava, la vegetazione diventava pi fitta, i boschi pi
maestosi.
Sempre pi spesso, ormai, ci spostavamo di notte e dormivamo di giorno, allaperto o in
capanne abbandonate, in pagliare coi pioventi a terra, lo scheletro di tronchi dalbero rivestito e coperto
di fogliame, lentisco e ginestra. Sdraiata come gli altri sulla mia pelle di capra conciata, con lumidit e
la stanchezza che mi entravano nelle ossa, mi addormentavo ai primi chiarori dellalba fresca e limpida
della montagna. Quei sonni mi facevano dimenticare tutto: il pericolo, la violenza, la stranezza di una
guerra che non poteva essere combattuta con le regole dellonore militare.
E talvolta mimmaginai perfino dessere felice. Felice nella vitalit insospettata del mio corpo
che sera prosciugato, aveva perso tutte le sue lacrime e il suo sangue dimenticando, in quelle
stravaganti fatiche, dessere il corpo di una donna. Non pensavo ad altro: solo alla montagna e alla
notte che sprofondava nelle gole dei dirupi, ai sassi che rotolavano spinti dagli zoccoli del mio cavallo
nelle scarpate, nei precipizi. Ed erano paure che cadevano dalla mia anima e si perdevano, per sempre.
I miei vestiti avevano preso lodore di selvatico caratteristico di chi li usa anche per dormirci.
Ora che lo portavo anchio, era un odore che non mi dava fastidio. Non mi preoccupavo pi degli
effluvi del mio corpo e tanto meno del colore delle mie guance o dei riccioli che in altri tempi mi
scendevano sulla fronte. Avevo comprato da un ambulante incontrato per caso lungo un sentiero un
sapone profumato, uno di quei saponetti cosmetici che si fabbricano a Napoli e che avevano reso un
tempo deliziosa lacqua della mia tinozza. Lo tenevo nella sacca e ogni volta che laprivo il profumo
delicato del sapone si alzava leggero ma penetrante e mi turbava. Finii per regalarlo ad Antonia. E di
notte mimmaginavo che Carmine potesse respirare su di lei la traccia segreta del mio antico odore.
Ma talvolta, per la troppa stanchezza, non riuscivo a prendere sonno, e allora mi perseguitavano
immagini di morte e di desolazione. La morte in verit ci accompagnava instancabilmente. Il suo velo
luttuoso ondeggiava dietro ogni albero, dietro ogni rupe, dentro ogni casa. Una morte collettiva e
casuale che cancellava dentro di me fin la memoria di unaltra morte. A tratti mi sorprendeva, con un
sussulto, il ricordo di una mossa, di uninflessione di voce, ma erano trasalimenti rari e incongrui:
ricordavo ben poco ormai di lui, delluomo che era stato mio marito. La vita dura che conducevo sulla
montagna pietrificava il mio corpo, la severa disciplina interna della banda irrigidiva il mio animo:
tutto mi aiutava a dimenticare. Volevo vivere un secolo, per dimenticare un istante. Forse la febbre e il
delirio dei primi giorni, laggi alla masseria, avevano esaurito anche ogni mia capacit di rimorso, e
presto avrei davvero dimenticato. Ma intanto... Dimenticare? Ah, che pietose bugie mi raccontavo! Un
rospo nero acquattato nel mio cuore si gonfiava, si gonfiava fino a scoppiare, liberando un liquido
scuro e grumoso. Linchiostro della dimenticanza mi bagnava la mente, ma appena appena, con un
tocco distratto e incompleto. Dimenticare, era unossessione.
La notizia che a Roma, dove si era rifugiato dopo la resa del forte di Gaeta, il Re aveva
ricostituito un governo eccit gli animi di tutti gli uomini che quellestate si erano dati alla macchia.
Proprio in quei giorni la lotta per i terreni usurpati si era riaccesa, feroce. Si avevano notizie di
tumulti e disordini contro le esosit dei tributi comunali, di sollevazioni contro il rincaro del prezzo del
grano. I corrieri postali recavano ogni giorno, da un paese allaltro, notizie di scontri e conflitti sempre
pi frequenti e sanguinosi. E sanguinose erano le rappresaglie, da entrambe le parti. Il generale Della
Chiesa aveva emanato un proclama con cui invitava i briganti e gli sbandati a costituirsi: ma chi sera
presentato ai reparti militari era stato fucilato. I centri abitati erano continuamente pattugliati dalla
Guardia Nazionale, ma mentre nelle citt la reazione veniva ancora controllata e compressa, nel
contado scoppiava imprevedibile e senza freni. Davanti alla popolazione inferocita, i bassi gradi della
Guardia Nazionale sarrendevano spesso senza sparare un sol colpo.
E ora Francesco II ricostituiva un governo. Forse addirittura si preparava a tornare fra la sua
gente, per mettersi a capo degli insorti e delle bande organizzate. Cera davvero un futuro per la
restaurazione o il regno dei cafoni in armi sarebbe stato, sempre e soltanto, la macchia?
Qualcuno doveva andare a Roma a baciare la mano di Sua Maest e a sgrovigliare larruffata
matassa degli avvenimenti. E Carmine Spaziante decise che costui dovesse essere Cosimo. Cosimo, che
aveva sempre odiato i Borboni e ora portava al collo una piastra dargento con leffigie del Re e la
scritta Franciscus II Dei gratia Rex. Quella piastra mi sembrava che gli pesasse sul cuore forzandogli il
petto: era la realt che celebrava il suo trionfo, era un destino che giungeva a compimento.
Dunque, Cosimo partiva. E io restavo sola. Ma chi era luomo che lo allontanava da me, chi era
quel Carmine Spaziante che si proclamava generale di Francesco e capo di noi tutti? Un contadino che
in altri tempi sarebbe stato davanti a me, davanti a Cosimo con il berretto in mano e gli occhi rispettosi.
E ora Cosimo era il suo consigliere, il suo aiutante, il suo scrivano, ma era Carmine Spaziante a trattare
con i signori, a dettare le condizioni delle trattative, a dare gli ordini. A volte mi pareva uningiustizia,
una malvagit che si fossero cos capovolte le loro posizioni e le loro sorti. Al solo pensarci mi sentivo
rivoltare il cuore.
Prima di partire, mio fratello copi litinerario e lo studi accuratamente insieme a Carmine:
anche il minimo sbaglio poteva essere fatale a lui e alla missione. Mand a memoria i nomi delle
persone che lavrebbero aiutato lungo il cammino, dei paesi amici, della gente di sentimento favorevole
a noi. Mise in una giberna tutto quanto poteva servire in un lungo viaggio.
La sera precedente la partenza ci ritrovammo, io e lui, da soli: per tacito accordo quella sera era
tutta nostra, nessun dovere e nessun timore ce lavrebbe tolta.
Camminammo lungo il sentiero in direzione del bosco, adagio, misurando i nostri passi su
quelli dei fantasmi che ci accompagnavano. Fantasmi familiari che a volte ci univano, a volte ci
separavano in quel vagare senza meta, consci solo della presenza luno dellaltra. Ci guardavamo di
sfuggita, come se uno sguardo pi diretto fosse uno spiare indiscreto. Il suo volto mesto mi riportava al
passato. E mi assillava la convinzione, assurda forse, ma non per questo meno dolorosa, di avergli fatto
ombra col mio destino. Sapevo di aver acquistato su mio fratello un potere nuovo e oscuro. Ma quella
sua arrendevolezza, quella protezione un po aspra che mi accordava nonostante tutto, non celavano per
caso un timore pi grande, il timore della mia follia? E il suo timore a un tratto divenne il mio. Ero
forse pazza per lasciarmi trascinare cos dal presente, dimenticando ogni ritegno, tutto ci che mi era
stato insegnato, mentre nel mio cuore e nella mia mente sinsinuavano strani desideri, strane fantasie?
Ma no, pazzia era invece la fissit delle cose, il lasciarsi divorare dallinerzia della vita. E sulle
montagne io combattevo una guerra privata contro il mio destino.
Quando arrivammo l dove la mulattiera si biforcava per poi perdersi pi avanti fra i sassi dei
dirupi, Cosimo si ferm e mi prese il viso fra le mani, tenendolo rivolto verso lalto. La notte era tanto
chiara che si vedeva il sentiero biancheggiare per un lungo tratto e gli alberi vi gettavano sopra ombre
trasparenti come veli. Immobile, non osavo quasi respirare, il cuore stretto dalla paura che mi chiedesse
cose a cui non avrei potuto rispondere. Poich sapevo che era quellunico momento segreto della mia
vita a turbarlo pi di tutto, pi di qualsiasi pericolo o separazione. Ma in quellincontro io non volevo
dire parole che lavrebbero accompagnato nella solitudine del viaggio e che la distanza avrebbe potuto
alterare. Le emozioni si avvertono e si ricordano: possono sbiadire, ma non alterarsi. Le parole si
interpretano e cambiano colore col cambiare del tempo.
Allent le mani. Sentivo il suo turbamento nel tremito delle dita che mi sfioravano le guance,
indugiavano sulle ciglia, sul contorno delle labbra, sulla gola e poi gi, lungo il mio corpo che tremava
insieme al suo. Avrei voluto sentire la stretta delle sue braccia mentre i ricordi affluivano ed erano
sensazioni, tenerezze antiche di cui cercavamo istintivamente conferma nella presenza, nel respiro
dellaltro. Desiderai il suo abbraccio. E sulla punta di quelle dita che mi carezzavano timide e incerte
avvertivo lo stesso desiderio, la stessa ansia. Ma non osavamo, per paura che la tristezza potesse
precipitare in uno struggimento inutile e sconsolato.
Tornando indietro, il chiarore del sentiero spar nel folto del bosco e loscurit ci avvolse.
Restammo a lungo, la mano nella mano, nel fondo caldo di quella notte estiva. Quando lora tarda ci
costrinse a lasciarci, solo allora Cosimo disse: Se ti aveva offesa, non eri tu che dovevi ucciderlo. E
non eri tu che dovevi pagare. Perch mi hai fatto questo torto?
Si allontan prima che io potessi rispondere. Daltronde, non avevo risposta da offrirgli.
Part, solo, alla punta del giorno.
Luglio 1861
Il primo paese a cadere nelle nostre mani fu Torrearsa. Lattacco, rapido e quasi incruento,
segn lavvio della campagna militare a lungo progettata: la campagna di Carmine Spaziante, generale
di villani e briganti.
Avanzammo ripartiti in gruppi, ciascuno con un suo compito preciso. Il telegrafo ad asta,
impiantato sulla torre che sovrastava il paese, era custodito da un unico uomo che, al nostro irrompere,
non oppose resistenza. Era mattina inoltrata, ma sotto di noi le strade si snodavano deserte, le case
sbarrate: Torrearsa ci attendeva in armi raccolta e immota nella paura dellimminente attacco. Dietro
gli scuri di alcune finestre lampeggiavano a tratti dei riverberi, forse le canne dei fucili della Guardia
Nazionale. Ma ai primi spari comparve su molte case uno sventolio di bandiere bianche: era il segnale
convenuto di via libera. Il paese fu tosto nelle mani nostre e degli insorti.
E cominci una lunga giornata. Il disordine dur fin presso la sera. Una nuvola di fumo e di
polvere si alz ben presto dal municipio incendiato; gli archivi del Comune vennero accatastati e
bruciati in piazza e il cadavere del comandante della Guardia Nazionale gettato accanto ai resti fumanti
degli archivi. Brevi combattimenti scoppiavano ogni tanto per le strade. Carmine Spaziante era
dappertutto. Mi sembrava di vedere ovunque la sua barba, di udire in ogni luogo la sua voce calma e
imperiosa. Osservava e guidava, stando fuori e oltre la frenesia violenta che aveva preso gli uomini.
Se dovessi dare un ordine alle azioni, alle gesta di quella giornata, non saprei farlo. Tutto
accadeva come per caso e non ero in grado di legare un avvenimento allaltro. Da qualsiasi parte
volgessi lo sguardo non scorgevo che fuoco e rovine, distruzioni e sfacelo. Pochi furono i morti, ma
grande limpressione di violenza che mi travolse. Gli uomini urlavano senza un perch, come invasati,
e giravano per le strade mossi da un furore instancabile. Per i vicoli stretti del paese sincontravano gli
spettri vendicativi della fame, delle umiliazioni, di tutte le paure che saccompagnano alla miseria.
Leccitazione furiosa degli animi si librava in alto con sontuose ali di fuoco. Ma il fremito della propria
ferocia metteva in tutti i cuori un enorme spavento.
Unapparizione fantastica si materializz accanto a un cumulo di macerie, davanti a un muro
crivellato da cento proiettili. Un vecchio scalzo, vestito di ruvido sacco, i capelli lunghissimi ridotti a
corde per lincuria di anni. Era il romito di Serra Estania che viveva in quelle selve pregando, in attesa
che la terra sinabissasse. E ora malediceva la superbia degli uomini che tentavano di sottrarre
allarbitrio divino il tempo stesso del Giudizio finale.
Muovermi attraverso quella violenza mi turbava pi del sangue dei combattimenti. Anchio
entravo e uscivo dalle case saccheggiate senza uno scopo apparente. Mentre gli altri cercavano gli ori e
si precipitavano sugli oggetti preziosi, io mi fermavo davanti alle sedie e ai tavoli rovesciati, davanti ai
mobili sventrati e aperti: mi dava le vertigini vedere e tornare a vedere quel sovvertimento di un ordine
quotidiano di vita. Cresceva in me una specie di esultanza per quelle case sconvolte, finalmente aperte
a qualsiasi sguardo e a qualsiasi passo. Ma lesultanza cedeva presto a una sensazione di sbigottimento
attonito, di malessere fisico, un urto in mezzo al petto. E allora, sopraffatta dalla pena, fissavo le porte
fracassate, i quadrelli dei pavimenti sollevati, le carte di famiglia lacerate e sparse al suolo, divelti
perfino i ferri dei balconi, i magazzini scassinati a colpi di scure, i vasi rotti e le botti spaccate, il vino
che si perdeva a terra in rivoli che tentavano di mischiarsi alle pozze dellolio.
Sulla sovraccoperta di un letto vidi chiazze scure di sangue, come dopo una prima notte di
nozze: in quelle macchie stava racchiusa una piccola, crudele storia dintimit violata, dorgoglio
spezzato che mi feriva pi della morte, pi dogni altro abuso.
Mi voltai. Carmine era sulla porta e mi diceva qualcosa. Non cap il mio turbamento, o forse
fraintese. Fiss le macchie sul letto, fiss me con lo stesso lampo di comando con cui un tempo  ormai
non pi  fissava Antonia. Mi trassi indietro e, a passi smemorati, uscii nel cortile.
In mezzo a tutta quella rovina stavano, intatti, alcuni graticci di canne poggiati su pertiche
infisse al suolo. Stesi in bellordine sui graticci, i pomodori seguitavano a seccarsi al sole. Buttato in un
angolo, un cane da guardia massacrato da colpi forsennati di bastone ancora si dibatteva nellagonia.
Dopo un attimo di esitazione passai oltre, senza finirlo.
In strada mi colse una stanchezza terribile. Avrei voluto stendermi l per terra, dove mi trovavo,
senza pi muovere un sol passo. Mi guardavo intorno con occhi ciechi: colori e suoni danzavano
mischiati nella mia testa in una confusione improvvisa dei sensi. Ma non cera scampo: allombra
faceva troppo freddo, al sole troppo caldo, non esisteva posto al mondo dove potessi fermarmi. Con gli
altri non riuscivo a comunicare se non a gesti o urlando come parlassi a sordi, sorda io stessa. Mi
opprimeva il senso di uninfinita, dolorosa solitudine.
Gli spasmi del cane, i mobili sventrati, le chiazze di sangue su quella sovraccoperta mi
rotearono in mente, ossessivi, in una confusa sarabanda per tutta la giornata. Verso sera Carmine
Spaziante pens a riordinare i suoi uomini e fece battere ladunata nella piazza grande. Tutti si
raccolsero attorno alla sua massiccia figura come se cercassero assoluzione e conforto. Caduta la
ferocia, erano rimasti solo lo spavento e la desolazione: di nuovo era giunto il tempo della legge e
dellordine. Il buio colse tutti di sorpresa, come se nessuno avesse previsto la fine anche di quella
giornata.
A qualche distanza dal paese, l dove cominciava ad alzarsi la collina, in una posizione isolata e
quasi nascosta dagli alberi che sinfittivano, sorgeva il lupanare. Durante il giorno gli scontri non
lavevano nemmeno sfiorato. Un mondo a parte, che soltanto di notte sapriva e si rivelava a sguardi
estranei. E anche allora non a tutti. Era un lupanare di campagna, ma frequentato esclusivamente da
galantuomini; per gli altri era pi segreto e inviolabile di un convento di clausura. La tenutaria si
chiamava Fiore di Messina, una donna forestiera come tante che allora esercitavano la prostituzione
nelle terre del Regno, e che sera allontanata sempre pi dal paese dorigine inseguendo un sogno di
splendidi guadagni.
Quella sera, gli uomini che si trovavano riuniti nel palazzetto dellex sindaco si abbandonarono
al piacere di racconti azzardati, di esperienze particolari. La luce ricca dei candelabri rivelava
leccitazione dei volti. E subito Fiore entr nei discorsi, con la sua casa sfarzosa e le sue donne libere
(singolare marchio dinfamia, la libert).
Molte, da vecchie, hanno per professione lessere streghe, afferm qualcuno.
In quel momento, e per caso, io ero lunica donna presente, ma di me non si curavano. Stavo
seduta in disparte, oltre il cerchio delle lampade e limbarazzo mi faceva tenere il volto chino, piegato
verso lombra, per sfuggire a quegli uomini che raccontando traevano piacere dai loro stessi racconti.
Eppure non mi allontanai. Avrei dovuto, forse, ma non lo feci. Ogni tanto alzavo gli occhi a spiare il
volto chiuso di Carmine: avevo il presentimento che quellestenuante giornata non fosse ancora finita,
ed era la sua forza omicida a congestionare i volti e a togliere ogni freno alle lingue e ai desideri. E in
cima a ogni desiderio Fiore, la sua grazia, la sua severa eleganza. E quanto diversa dalle altre tenutarie.
Ognuno aveva da dire la sua: la pigrizia di quella, la sordida avarizia dellaltra. E la Romana.
Quella Romana che non si accontentava di far fruttare le sue donne come meretrici. In certe epoche
dellanno le costringeva, cos come fanno le contadine, a tenere in caldo fra le mammelle, in una
sottilissima pezza di lino, certa particolare semenza, da cui poi nascono tanti vermicelli piccolissimi e
neri che, posti sulle prime fronde dei gelsi, si costruiscono attorno un bozzolo lustro come oro. Da
questi bozzoli, gettati in una caldaia dacqua bollente, si tirano i fili della seta, ravvolgendoli con i
manganelli. I frequentatori del lupanare avevano protestato: non era tenuta da meretrice, quella. Ma la
padrona aveva preferito ribassare i prezzi e continuare a utilizzare le mammelle delle donne per tenere
in caldo i bachi. Gli uomini facevano lamore pensando a quel brulicare nero che fermentava l, in
mezzo ai seni proibiti.
I racconti avevano risvegliato gli animi e le voglie. E Carmine, dapprima restio, alla fine si
convinse: mand ad avvertire Fiore di Messina che aprisse la casa per gli uomini del suo stato
maggiore.
Quando il piccolo drappello prese le mosse per recarsi al nuovo appuntamento, chiesi di unirmi
a loro. Si meravigliarono appena: quel giorno tutto sembrava possibile. Solo Carmine Spaziante ebbe
un moto dira e disse: Che altro vi suggerir il demonio? Ma nella sua voce mi parve di cogliere un
accento di sfida, quasi unattesa. E permise che mi unissi al gruppo degli uomini.
Le strade erano rischiarate appena da una sottile falce di luna che ogni tanto tagliava le nuvole.
Si respirava unaria di abbandono dopo leccitazione bruciante del giorno. Gli uomini camminavano in
fretta, spinti dallurgenza del loro desiderio: la morte, o laspettativa della morte,  sempre stato il pi
potente degli afrodisiaci, a quel che si racconta.
Io mi ero pentita della mia audacia, ma non potevo pi tornare indietro, impossibile ormai
rinunciare allimpresa. Nascondevo un tremito nervoso sotto lampio mantello che avevo indossato,
nonostante il caldo, per meglio celarmi agli occhi di tutti. Il vento mi gelava il sudore sulla faccia ma il
sangue mi bruciava scorrendo a fior di pelle.
Forse  vero, pensai, sono indemoniata,  Satana che mi porta.
Davvero non so quale impulso o quale curiosit mi spingesse quella sera verso unambigua
avventura.
La casa era buia. Un lanternone quadrato protetto da una gabbia di ferro schiariva appena la
facciata e la sagoma del portone dingresso, ma dagli scuri delle finestre non trapelava la pi sottile
lama di luce. Ci apr il guardiano, un gigante dai capelli biondi e sottili attaccati al cranio come una
garza trasparente. Aveva con s una lucerna e la sollevava in alto per farci strada con tremolanti mani
di vecchio. Lodore del tabacco arrivava fin nellatrio, permeava ogni cosa, mi scendeva in gola
nauseante. Mai lavevo sentito cos forte. In una nicchia delle scale scorsi un tabernacolo. Davanti
allimmagine sacra coperta da un velo ardeva una lampada dargento in cui bruciava un profumo pi
inebriante dellincenso. Nella sala le lampade erano numerose e la loro luce veniva moltiplicata dagli
specchi, altissimi e con pesanti cornici dorate, che correvano lungo tutte le pareti. Un effetto di
luminosit che stordiva, dopo le tenebre della notte e delle scale.
Le donne stavano raggruppate attorno a un divano che occupava tutto un angolo della sala, un
ammasso indistinto di carni e di sete. L per l mi parvero tutte uguali. La stessa ricchezza di carni
bianche, di riccioli sparsi, sfuggenti sul collo e sulle spalle, lo stesso profumo penetrante. Le guardavo
negli specchi, poich ancora non osavo affrontarle direttamente. E vedevo solo alcuni particolari che mi
abbagliavano e mi sfuggivano, allora tornavo a guardare, fermando gli occhi su un movimento o su un
colore maggiormente vivo: un seno che si rivelava nudo, un bracciale che scivolava scintillando lungo
il braccio, una veste che si apriva mostrando le trine del busto.
Al tabacco e ai profumi si andava mescolando adesso un odore acido di corpi sudati. Su una
nuca alcuni riccioli impregnati di sudore disegnavano spirali scure, e il sudore rendeva lucidi i volti
dipinti, velava gli occhi. Quelle ciglia umide, quelle gocce lente sulla pelle bagnata mi rivelarono lo
spavento delle donne. Le loro dita stringevano convulse ventagli, fazzoletti, lunghe collane false e sotto
i corpetti slacciati i seni si sollevavano con affanno. Di colpo io persi ogni timore e mi sentii trasportata
da quel palpitare nudo e scoperto, da quei seni tremanti. Avrei voluto afferrare con le mie mani quella
paura vivida e bianca che mi affascinava e in quellaffanno terrorizzato affondare con forza le dita e la
faccia e tutta me stessa. Saliva dentro di me un impulso, una volont di violenza che non avevo ancora
mai provato. Non durante tutto quel giorno e neppure nei mesi trascorsi alla macchia o quando avevo
ucciso luomo che era stato mio marito.
La forza di quellemozione mi tenne ferma, inchiodata a lungo  cos mi parve  in mezzo alla
stanza. Mi stringevo addosso il mantello, sempre pi stretto attorno al corpo, sul volto. Volevo fuggire,
ma non potevo.
Anche gli uomini sembravano intimiditi, non erano abituati a quel genere di lupanare, a tutti
quegli ori, quegli specchi, quelle trine, a quel lusso che riscaldava ma intimoriva. Non sapevano che
contegno tenere, improvvisamente disorientati. Solo Carmine manteneva una calma innaturale. E, come
se avesse meditato a lungo quella mossa, come se a lungo lavesse progettata, si stacc dagli altri e si
diresse verso di me. Si avvicin fino a sfiorare il mio vestito col suo. Una mano  cauta, ma ferma  mi
scost dal volto il mantello, cerc di aprirlo.
In quel mentre entr Fiore. Scese dalla scala che conduceva al piano superiore, il piano segreto
delle alcove. Vestita di nero e allacciata fin sotto il mento, con una crinolina larghissima che la rendeva
maestosa. Sembr un segnale, un tocco di bacchetta magica e la stanza si anim. Come in un sogno,
vidi che alcune donne si stavano avvicinando, le loro carni gi mi toccavano ed era ben visibile lombra
delle ascelle. Uno spasmo pi forte degli altri mi attravers in un lampo e mi scosse fin nel profondo,
dalla nuca gi fino al ventre contratto. Indietreggiai colta dal panico. Strappai il mantello dalle mani di
Carmine e, precipitandomi verso le scale, tentai di tornare nel buio della strada. Ma qualcuno mi
sbarrava il passo, la sua veste di seta era aperta davanti e a ogni movimento la pelle riluceva nella
penombra. La spinsi di lato e la donna cadde a terra con un grido, mentre sulle dita che lavevano
toccata mi rimaneva unimpressione di qualcosa di caldo, morbido, vagamente disgustoso.
Camminai e camminai nella campagna popolata solo di fruscii e grida di animali notturni, la
mente colma di sensazioni che non riuscivo a districare, dimpressioni confuse, tante, troppe da
contenere. E non era limmagine di Carmine a perseguitarmi, ma il sorriso fiducioso di Antonia. Non
erano le mani di Carmine a farmi rabbrividire, ma la catenella doro che serpeggiava fra i seni di
Antonia stretti nel corpetto.
Lo sgomento si andava trasformando in paura, diventava sempre pi lancinante, mi invadeva la
mente, mi sommergeva. Era un dolore che mi spaccava le viscere e apriva squarci di follia.
Mi arrestai, decisa, e col coltello incisi profondamente un braccio. Il dolore fisico allent la
tensione che mi stringeva la mente. Lasciai che il sangue colasse a terra.
Mi  rimasto sul braccio, a ricordo di quella notte, un lungo segno bianco, quasi un ricamo,
lieve, incomparabilmente pi lieve del marchio con cui talvolta vengono segnate le assassine e le
prostitute.
* * *
Vennero i giorni della grande calura. Perfino sui monti la terra era prosciugata dallafa e riarsa,
ogni tanto qua e l fiammeggiavano incendi e il vento ci portava lodore delle erbe bruciate.
Noi passavamo di paese in paese, portati in trionfo dai contadini e dalla povera gente, ricevuti
con rispetto e timore dai signori nostri alleati. Ma quelle popolazioni, fino ad allora paurose e pazienti,
non aspettavano pi larrivo dei soldati di Francesco per insorgere: spesso, quando noi si arrivava, tutto
era compiuto. Stretti fra popolazioni ribelli e bande armate, piemontesi e liberali si arrendevano o
morivano, nuove giunte sinsediavano nei municipi, si spalancavano le carceri.
Un paese dopo laltro: Espinarvo, Salandra, il Roveto... Il contagio correva veloce, il morbo
della rivolta si diffondeva di monte in monte, di paese in paese, di villaggio in villaggio. La strada
verso il capoluogo del circondario sapriva facile davanti a noi, troppo facile e certa. Le porte delle
fortezze cedevano come per miracolo e per Carmine Spaziante, generale di Francesco, capo di tutti i
capobanda, le borgate si addobbavano a festa. I monti si rimandavano leco delle campane che
annunciavano i tempi nuovi, la festa grande dei cafoni. Allimpiedi il popolo basso! era il grido che
ogni volta ci accoglieva.
Carmine Spaziante entrava in paese cavalcando davanti a tutti, su un cavallo riccamente
bardato. I paesani gli si affollavano attorno col desiderio di vederlo, di toccarlo e, non potendo giungere
fino alla sua persona, baciavano il cavallo, baciavano le staffe. Era un delirio.
Le donne ci accompagnavano ballando al ritmo dei tamburelli e gettando a Carmine fiori e baci.
Bello, bello come Cristo dolorante. In un improvviso silenzio una vecchia alz una mano a
benedirlo: Figlio, che nessuna spina punga mai la tua fronte.
Le feste religiose si mescolavano alla festa della rivolta. Le processioni passavano sotto le
forche. Governo di Re o governo di popolo, non fa differenza: per convincere gli altri a obbedire
nessuno ha trovato finora argomenti migliori del sangue e della forca, diceva Carmine Spaziante.
Non c altra giustizia che la punta del pugnale o la bocca della carabina.
Ma spesso ci eravamo appena mossi per raggiungere un altro borgo, un altro villaggio, e gi
correva notizia che lesercito aveva nuovamente preso il municipio da noi abbandonato. Sembrava
dessere nel ventre di una girandola impazzita.
Talvolta, in casa di qualche signore, ci capitava di trovare la copia di uno di quei giornali che si
stampavano a sostegno della reazione: Il veridico, Il piccolo indipendente, Lincivilimento... Carmine
se ne impadroniva e mimponeva di leggere ad alta voce tutto quanto, ogni singolo foglio stampato. E
per paura chio saltassi qualcosa, pretendeva che gli mostrassi ci che leggevo mentre col dito seguiva
ogni riga del testo. Sentivo il suo corpo accanto al mio tendersi in uno sforzo di comprensione e
provavo una grande pena: per lui, per me, per tutti noi. Carmine sapeva, e anchio ormai lo sapevo, che
ogni vittoria era anche un passo avanti verso la fine di un sogno. Verso il risveglio. E si trattava poi
realmente di vittorie? Niente rassicurava quel generale senza uniforme, nemmeno lestendersi delle
sommosse: e la breve durata delle giunte provvisorie volute dai legittimisti e dalla furia del popolo gli
dava ragione.
Oggi occupiamo un paese, ragionava, e domani  rioccupato. Non combineremo mai
niente.
Ora lo capivo. Pensavo di capirlo. E gli poggiavo la mano sul braccio: non avevo pi paura del
suo corpo, non mi scostavo pi quando lo sentivo troppo vicino.
Intanto la febbre della distruzione aveva contagiato tutti. Da una parte e dallaltra, esercito e
ribelli, facevano a gara nel distruggere. I soldati di Re Vittorio spianavano col cannone le selve, nostro
sicuro rifugio, e dove un tempo sorgevano antichi boschi centenari ora sincontravano soltanto ceppi e
tronchi sradicati, pietosi monconi dalberi, terra bruciata ancora nera di fuoco. I cafoni da parte loro
devastavano messi e raccolti, compivano carneficine gigantesche di bestiame in spregio ai signori e alla
stessa idea di propriet. Le rappresaglie contro i liberali, il tentativo di distruggere sistematicamente i
loro averi erano ormai cose di tutti i giorni. Carcasse insepolte di centinaia e centinaia di bestie
imputridivano nei luoghi pi impensati, in una vallata ancora verde, lungo la riva di fiumi gi avari
dacque. A tal punto era arrivato il desiderio fanatico e reciproco di annientamento.
Carmine Spaziante non approvava, era restio allo sperpero dei beni e allindiscriminato
massacro degli animali. Aveva pi in orrore distruggere che uccidere.
Fino a quando arrivammo a una delle masserie di mio padre. La familiarit dei luoghi era per
me un castigo, sudavo e le dita strette attorno alle redini continuavano a scivolarmi, non facevano
presa.
E qui, in questo scenario familiare, alla fine Carmine perse la sua saggezza. Non riusc pi a
trattenere dentro di s un antico, mai sopito rancore, che nasceva da debiti di riconoscenza mai
accettati, da confidenze che il tempo aveva mutato e stravolto. E forse anche la mia presenza
contribuiva a rinfocolare lodio, a eccitare una brama di distruzione. Di sua propria mano dette fuoco a
un cumulo di frasche ancora verdi, davanti a uno dei tanti capannoni disseminati attorno alla masseria.
Si svilupp un gran fumo che avvolse e asfissi il bestiame rinchiuso l dentro. Belati rotti come
singhiozzi umani risuonarono e risuonarono per ore nella vallata.
Quella sera si fece il campo poco lontano. Lanimazione era caduta, e sullaccampamento
pesava la fatica del giorno. Tutto, quella sera, mi dava fastidio: il chiarore del cielo notturno, i fruscii
della campagna, il giaciglio scomodo. Di nuovo avvertivo tutto il disagio della mia situazione. E di
nuovo avevo visto, dopo tanto tempo, Antonia stendersi accanto a Carmine.
Era ancora buio quando mi svegliai di soprassalto al rumore, sognato, di centinaia di zoccoli
che percuotevano la notte con cieca disperazione.
Un unico colpo di fucile sparato da qualcuno appostato dietro una siepe mi colse di striscio sul
fianco, facendo impennare il cavallo. Avevo commesso unimprudenza: ero rimasta indietro, sola. La
ferita era leggera e insignificante, ma rendeva faticosa la cavalcata e sempre pi lenta. Il paese dove si
trovava il resto della banda era ancora lontano. Il sole mordeva sulla pelle. Ogni tanto scorgevo una
masseria incendiata, un bosco su cui si alzavano volute di fumo. La carcassa di una giumenta
imputridiva lungo il sentiero e il ronzio dei tafani era ossessionante. Nellaria, una minaccia di
pestilenza.
Abbandonai il tracciato del sentiero per una scorciatoia e giunsi in vista di un casolare sperduto
in mezzo alla campagna, intatto ma abbandonato, almeno allapparenza. La sete mi tormentava e perci
mi avvicinai, con cautela, sperando di trovare dellacqua. Appoggiato al muro esterno, in pieno sole, un
giovane sedeva compostamente e con una certa fierezza, una mano premuta a terra per bilanciare il
peso del corpo. La sua immobilit suggeriva una pace irreale. Era vestito al modo dei pastori, di pelle
di agnello e panno scarlatto. Gli gettai una voce di richiamo ma non mi rispose, e neppure si mosse. Mi
appressai, smontando a fatica da cavallo. I suoi occhi azzurri erano spalancati e perduti. Gli posai una
mano sulla spalla, scuotendolo con gentilezza. A quel gesto la testa gli rotol in grembo, nettamente
recisa.
La fonte non buttava quasi pi acqua, un rivolo sottilissimo correva in uno scavo sotterraneo e
gocciava raccolto da alcune tegole, dentro una vasca di pietra. Mentre il cavallo beveva nella melma
verdastra, io spiccavo da un fico selvatico una foglia, che sistemai sul bordo dellultima tegola. Dalla
punta prese a scorrere un filo pi regolare di acqua sorgiva, chiara come gli occhi del giovane. La bevvi
e da quel giorno lo sguardo della morte si color per me di un azzurro pallido e trasparente.
Quando arrivai in paese le strade erano vuote. Solo cinque uomini, una breve mantellina di raso
sul saio, sfilavano in processione recitando salmi: un solitario corteo incappucciato. Mi fermai per farlo
passare. Le finestre e i balconi delle case intorno erano murati e nei muri, come nelle fortezze, si
aprivano le feritoie per i fucili. Rabbrividii in tutto quel silenzio rotto solo dal monotono ripetersi dei
salmi in lontananza, sempre pi in lontananza.
E la ferita cominci a dolermi. Ero tutta una crosta di polvere e sudore, il sangue maveva
incollato addosso le vesti. Al vedermi in quello stato, Antonia simpression. Mi fece stendere su un
pagliericcio e mand a chiamare il bagnaiolo, che arriv dopo qualche tempo portando il recipiente per
il bagno e un barile dacqua calda in cui lei vers un infuso di rosmarino per cicatrizzare le ferite. Fu
doloroso levarmi daddosso i calzoni, la camicia, staccare dalle carni la stoffa diventata rigida e dura
per il sangue e limpasto di terra e sudore. Ma stavo gi meglio. Mi piaceva lidea di occupare tutto il
tempo di Antonia, di essere in quel momento la sua sola preoccupazione, il suo unico assillo. Mi
piaceva vederla affannarsi per me: la sua angoscia assorbiva la mia, mi calmava, mi dava anzi un sottile
senso deuforia, come per una rivincita o una vittoria finalmente conseguita. Quando sentii il mio corpo
libero, immersi le gambe gonfie nellacqua e respirai di sollievo. Poi mi abbandonai alle dita abili di
Antonia che mi passavano sulla pelle una pezza umida e tiepida come una carezza. Non avvertivo pi
n il peso soffocante dellafa n il dolore.
E non credetti ai miei presentimenti.
Agosto 1861
Venne, infine, lora tanto attesa. Giunse notizia che il capoluogo del circondario era insorto al
grido di Viva Francesco II e ora aspettava il generale Carmine Spaziante per celebrarne il trionfo.
Ci si mosse allalba, nonostante la notte fosse stata funestata da cattivi presagi. Una stella era
caduta dal cielo, rossa come un cuore pulsante lasciando dietro di s una striscia di sangue che sera
spenta solo ai primi chiarori del mattino. E la giornata, che doveva essere di trionfi e di feste, ebbe un
funebre avvio. Un traditore, che qualche giorno innanzi aveva condotto un drappello dei nostri sotto il
tiro dei bersaglieri, venne fucilato. Era la prima volta che un delatore veniva giustiziato in pubblico.
Accadde davanti al muro del cimitero, con uno sparuto gruppetto di paesani che assisteva
allesecuzione. Carmine Spaziante in persona comand il fuoco: e anche questo accadeva per la prima
volta.
Mentre luomo si piegava e scompostamente cadeva sotto la violenza delle pallottole, i cavalieri
gi si muovevano al trotto sulla carrozzabile che portava fuori dal paese. Indossavano tutti una lunga
giacca nera, quasi una vera e propria uniforme, dono di un signore del luogo e suo unico contributo alla
causa del legittimismo. Quando arrivammo in vista della citt, scorgemmo dal pendio della collina la
turba che ci attendeva. Carmine Spaziante rallent il trotto del cavallo, tendendo lorecchio a
quellindistinto vociare, scrutando con occhio acuto quella festa di colori e di folla. E con lui rallent la
corsa la massa nera e compatta dei cavalieri. Manca solo il Santo Patrono, e poi ci sono tutti,
comment ironicamente Carmine.
Ad accoglierci sulla strada maestra, davanti al grande arco massiccio della porta principale,
cera un comitato composto dal fior fiore dei galantuomini: aristocratici, persone facoltose, preti.
Alcuni erano venuti a cavallo, altri con carrozze che portavano dipinti sugli sportelli stemmi noti in
tutto il circondario. La bandiera bianca, tenuta a fatica da un giovinetto elegantemente vestito, non era
il povero cencio che avevamo visto tante volte sventolare nei paesetti arroccati sulle montagne, ma un
pesante drappo di seta con sopra ricamata in oro limmagine dellImmacolata Concezione. Era uno
stendardo benedetto dal Papa e se ne attendevano miracoli.
Il nostro ingresso in citt fu salutato dallo scoppio dei mortaretti, mentre le campane suonavano
a distesa. Le strade erano tappezzate di fiori: petali di gelsomini, ginestre, oleandri e rose, tanti da
ricoprire tutto il selciato, un tappeto morbido e vivo di colori, il cui profumo si andava mescolando
nellaria allodore pungente della polvere da sparo. Dai balconi gremiti di persone pendevano lenzuola
e arazzi. Le donne erano vestite con i loro abiti pi ricchi e le braccia candide che si appoggiavano ai
davanzali e alle balaustre erano coperte da guanti aderenti di filo di seta.
Carmine Spaziante avanzava dritto e fiero sul suo cavallo. Ma io gli ero vicina e vedevo il suo
sguardo vagare assorto sulle cose, sulla gente, come non sapesse dove riposare. Accanto a lui
procedevano, spiegati in ampia ala, i signori della citt guidati dal conte di Lenge. In mezzo a tutti quei
galantuomini, la barba incolta di Carmine faceva un curioso effetto. Isolato dai suoi, circondato dai
notabili in pompa magna, mi sembr quasi un ostaggio, una preda, una vittima destinata al sacrificio.
Era il momento del massimo trionfo, ma proprio allora io vidi di nuovo in lui il contadino e non pi il
generale, non pi il capopopolo. Altri ormai conducevano il gioco e con millenaria sapienza guidavano
la giostra.
La prima tappa fu nella Chiesa Madre, addobbata come nei giorni di cerimonia, la statua del
Santo Patrono esposta in tutta la magnificenza e lo splendore delloro degli ex voto. Da unalta corona
dorata appesa alla volta scendevano drappi maestosi con le falde aperte davanti alla statua e girate in
eleganti pieghe sorrette da alabarde. Ai piedi dellaltare maggiore un oratorio ricoperto da un arazzo di
velluto in seta amaranto e con frange doro attendeva Carmine Spaziante. Ed egli singinocchi, ma
rimase a testa alta, orgoglioso e diffidente, per tutto il tempo della messa solenne. Noi donne stavamo
in disparte, in un gruppo separato. Non tutte: a quelle che indossavano abiti maschili era stato vietato
lingresso e attendevano fuori, insieme alla massa degli uomini, oltre il portale spalancato della Chiesa
Madre. Io avevo messo sopra i calzoni unampia gonna e questo mi aveva consentito di entrare. In altre
occasioni mi ero inginocchiata senza problemi, con i miei abiti maschili, su pavimenti di povere chiese
di campagna: nessuno mi aveva fermato. Ma non era stato, il mio, un gesto sacrilego, dettato da
spavalderia o noncuranza. Non cos, almeno, lavevo inteso. Era la stranezza stessa dei tempi che non
permetteva di tener conto delle regole, che cambiava le carte del gioco. Ora avevo limpressione che
qualcosa stesse di nuovo mutando, il vecchio ordine tornava a rimettere a posto, secondo norme
secolari e immutabili, le carte scompigliate da mani insolenti. Era una sensazione spiacevole che mi
faceva sentire a disagio, di nuovo impacciata nei miei abiti maschili come il primo giorno che li avevo
indossati. Non pi un impaccio dei gesti o del corpo, ma della mente.
Gi scendevano le prime ombre della sera, pi rapide e fitte nelle strade anguste della citt.
Quasi a chiudere la festa, il conte di Lenge tenne un breve discorso dalle finestre del suo palazzo,
mentre sulla piazza sottostante andava raccogliendosi la turba degli uomini. Le sale del palazzo erano
illuminate e la figura del conte, lass alla finestra, si stagliava netta, circonfusa di luce. Alla sua destra
stava Carmine Spaziante, imponente e austero, le braccia incrociate sul petto. Dopo le parole del conte
tutti restarono in attesa. Aspettavano che Carmine parlasse, ma Carmine si ritir senza aprir bocca e la
folla, delusa, infine si disperse.
La festa non voleva finire e la sera ci furono balli allaperto e fuochi dartificio. Le piazze
saccendevano dinnumerevoli fiaccole e si accesero anche le arcate delle luminarie, migliaia di
lampade a olio variamente colorate disegnavano fantastici ornamenti da un lato allaltro delle vie. Il
suolo risuonava di passi di danza e sulla musica, a tratti, si alzava il grido insensato di qualche ubriaco.
Il popolo della citt festeggiava, ma avevo il sospetto che non ricordasse pi il motivo della festa.
Davanti al palazzo del conte, che ospitava lo stato maggiore della banda, stavano di guardia venti
uomini armati. A loro e a tutti gli uomini della truppa venne distribuita una razione di pane comune e
caciocavallo, ai sottufficiali pane bianco e vino. Pochi si mescolarono alla folla festante, e non solo per
gli ordini severi di Carmine Spaziante: la stanchezza era negli animi prima ancora che nei corpi.
Io ero fra gli ospiti del palazzo. E posso garantire che fu unospitalit sontuosa. La cena venne
servita nellenorme sala da pranzo risplendente di luci, di argenti e cristalli, lucido il pavimento di
marmo prezioso, e la servit in livrea di gran gala. Una sala dove aveva cenato anche Re Ferdinando, in
uno dei suoi rari viaggi per le province del Regno.
La padrona di casa era giovane e bella come si favoleggiava. I capelli neri, divisi nel mezzo da
una sottile scriminatura, ricadevano in bande compatte sulle gote pallide e le spalle nude affioravano da
una nuvola di tulle e di trine. Negli occhi le brillava una fiamma deccitazione. In ogni suo gesto, nello
stesso ondeggiare molle dellabito attorno al suo corpo si leggeva lorigine cittadina, labitudine a un
costume e a un cerimoniale assai diverso dal nostro. Venne una volta in cucina a controllare i
preparativi, ma fu unapparizione. Pi che sulle pentole i suoi occhi si posarono, pieni di malizia, su
Antonia, sulla Bizzarra che si era seduta, a gambe divaricate, accanto al focolare. Passando davanti ai
battenti spalancati della sala da pranzo, la vidi poi seduta al lato di Carmine Spaziante. La sua mano
bianca e sottile, ingioiellata, di quando in quando si posava su quella di lui con un gesto altero e
protettivo, con unarroganza tutta femminile e seducente. Il conte, dal lato opposto, parlava
rivolgendosi a Carmine con una deferenza che mi parve esagerata, dandogli in continuazione del
Don. Don Carmine, ripeteva con unintonazione ossequiosa. Ogni tanto, sicuro di non essere
capito, scambiava con la moglie qualche battuta in francese.
Carmine appariva stranamente malinconico e prestava al conte unattenzione distratta. Lo
conoscevo a sufficienza per capire che stava meditando qualcosa, che covava un qualche risentimento.
Fissava con un misto di compiacimento e di pena i suoi uomini, che divoravano i cibi elegantemente
serviti ignorando o quasi le posate dargento accanto ai piatti lavorati preziosamente. Sui loro volti
balenava ancora tutta lesaltazione provata nel momento trionfale dellingresso in citt.
E allora Carmine ebbe un gesto di superbia magnifica e inaspettata. Disdegn quei cibi
preparati con cura e ricercatezza e si fece portare da un servo pane, cacio, cinque uova sode e alcune
noci. Con un solo movimento della mano spinse di lato piatti e posate e mise con ostentazione davanti a
s, sulla tovaglia di pizzo candido, quel semplice pasto. Il conte era ammutolito e gli occhi della bella
signora si erano fatti di ghiaccio, improvvisamente spogli di ogni fiamma seduttiva.
Noi donne mangiammo con la servit nellantro caliginoso della cucina, satura dellodore del
pane appena impastato che lievitava sotto un lenzuolo. Sulle pareti innumerevoli tegami di rame
mandavano barbagli doro cupo. In una caldaia cuocevano nellolio pezzi di agnello e dalla
porta-finestra si controllava landirivieni attorno al forno costruito allaperto. Era unatmosfera buona,
familiare. E io mi lasciai prendere da quegli odori, da quei rumori allegri, da quellaffaccendarsi
complesso ma ordinato di una cucina ricca in cui ritrovavo lantico sapore della casa. Dimenticai i
boschi, laria libera e il sole per immergermi di nuovo in quel mondo quotidiano, sereno nel suo
ripetersi ogni giorno uguale, rassicurante. E mi prese la malinconia, una tristezza dolce e pungente
come lacrime a fior di pelle. Ma fu il sentimento di un attimo.
La Bizzarra, quella sera, era pi taciturna del solito. Mi aveva detto, in disparte: Ci chiamano
briganti e briganti dobbiamo restare. Sui monti, non nei palazzi, alla tavola dei signori. Se ne stava su
una scranna di legno accanto al focolare con i capelli che le oscuravano il viso come una nube nera di
tempesta, gli occhi lucenti che lampeggiavano fra la chioma scomposta, scontrosa e selvaggia al pari di
un animale catturato a viva forza. Le serve e i camerieri evitavano di passarle davanti e mormoravano
ostili: Strega.
Ma lallegria tornava presto ad attizzare gli animi. Il cibo abbondante e qualche bicchiere di
vino arrossavano i volti e accendevano i discorsi, incoerenti e leggeri. Io mi ero tolta la gonna che
avevo indossato sui calzoni per entrare in chiesa e, col cappello calato fin sugli occhi, potevo essere
scambiata per un giovinetto. Me ne resi conto quando mi presentarono un bicchiere di vino, come a un
uomo. Lequivoco mi tent e mi rese euforica. Col bicchiere in mano mi avvicinai ad Antonia...
Antonia pallidissima, con gli occhi cerchiati e la pupilla appannata che preannunciava una crisi. Forse
era effetto di quella mano carica di gioielli che aveva visto posarsi  anchio lavevo vista  su
Carmine. O forse era semplicemente quel malessere fisico che gi da tempo, da quando aveva scoperto
dessere in attesa di un figlio, landava consumando. Da allora Carmine aveva smesso di dormire con
lei ed evitava perfino di toccarla.
Le feci bere un sorso del mio vino, poi le scelsi alcuni bocconi di carne da una pentola che
ancora fumava sul fuoco. Le mie premure fecero sorridere le serve e le cameriere, che ci scambiarono
per amanti. Nella cucina volarono scherzi e motteggi. Anche Antonia sorrise e sembr animarsi. Le
piaceva sentirsi al centro dellattenzione, la sua vanit ingenua era lusingata dalle occhiate invidiose e
complici delle altre donne. A poco a poco il suo volto si rischiar, colorandosi di quel bel rosa intenso
che da tempo non le vedevo. Mi sorrise perfino, maliziosa: Che occhi galanti.
Ma il cappello a un tratto mi cadde e le trecce precipitarono sulle spalle. Antonia rise di cuore
allo sbalordimento delle serve, che non sapevano se mostrarsi pi scandalizzate o incuriosite.
Poi fummo sole in unampia stanza col letto a baldacchino, le tende aperte su un cortile
imbiancato dai raggi di una luna invisibile. Nel chiarore fermo della pietra si disegnavano le ombre
mostruose e allucinate degli uomini di guardia. Chiusi la tenda su quella luce spettrale. E la camera si
rivel accogliente e graziosa. Era la stanza di una donna, poich su un tavolo cera un telaio a mano
con tutto loccorrente per ricamare, compreso un canestro traboccante di matasse di filo bianco e
colorato, di uncinetti e punteruoli di osso e di avorio.
Antonia mi rialz le trecce dietro la nuca: Con i capelli corti, cos, cos, davvero saresti un bel
giovinetto da mangiarsi di baci. Fu la prima e unica volta che si permise la confidenza del tu.
Ancora presa dallatmosfera di quel giorno di festa e di gioco, io mi abbandonai alla
suggestione delle sue parole, allinsidia della mia immaginazione. Frugai nel canestro e, impugnate le
forbici, davanti allo specchio mi recisi i capelli. Compiuta lopera, sparsi sul letto le ciocche in un gesto
di lutto per una vecchia me stessa e scossi la testa. La testa leggera, ah! era tanto leggera che la sentivo
svanire.
Furono, quelli, i giorni dellabbondanza. Si mangiava bene e si dormiva in letti signorili. Anche
la truppa ebbe alloggi sontuosi, dopo che furono requisiti i palazzi vuoti dei signori. Furono, in tutto,
pochi giorni ma attraversarli fu come percorrere strisciando un cunicolo scavato nelle viscere della
montagna. E che importava, se invece del pagliericcio o della semplice terra si poteva dormire su
materassi morbidi, in veri letti. Il fuoco era acceso senza interruzione in cucina, ma il cibo caldo non
confortava pi. La forzata inattivit rendeva tutti nervosi, sovraeccitati, e le donne pi degli uomini.
Scoppiavano sempre pi frequentemente risse e litigi. Nel palazzo del conte largenteria e le porcellane
erano nel frattempo sparite come per incanto. La bella padrona di casa era stata scortata in una lontana
residenza di campagna, al sicuro da qualsiasi rovescio della fortuna. Era partita in una carrozza chiusa,
il velo calato sul viso per difendersi dal sole. Rimasto a palazzo, il conte si preoccupava pi dei
carteggi relativi ai demani e ai fondi contesi che non della difesa della citt e dei suoi nuovi
ordinamenti. E nelle cucine si diceva che il governo di Re Vittorio stava distribuendo le terre, ma
sarebbero stati esclusi dal beneficio i contadini che risultavano assenti dalle loro case senza una
giustificazione plausibile. In altre province era gi allopera il commissario ripartitore e le autorit
locali avevano compilato una lista di assenti o di sospetti di brigantaggio, perch il commissario ne
tenesse conto nella ripartizione.
Stando in mezzo alla servit, avvertivo con maggiore chiarezza gli umori che levitavano e
capivo che il vento stava cambiando direzione. Ma non capivo molto di pi, n mazzardavo a fare
previsioni. Su di me soffiava la vampa affocata e stancante dellestate. E se cera qualcosa che mi
spaventava, era soltanto il malessere di Antonia. La forzavo a mangiare, giungendo talvolta a
imboccarla, come lei aveva fatto con me il giorno lontano in cui Cosimo mi aveva portato alla
masseria.
Anche in citt gli umori si erano incupiti. Dopo la festa era cominciata lattesa, e nellattesa
prendevano corpo sospetti dogni genere. Per le strade non cerano pi n arazzi n fiori, ma polvere
secca che inaridiva le gole, infiacchiva le ossa e portava malanni. Ogni attivit era sospesa. Per le vie si
aggirava solo la povera gente che viveva alla giornata, i bambini col paniere continuavano a raccogliere
lo sterco che serviva a ingrassare gli orti e le vigne, ma le immondizie non venivano pi rimosse e
fermentavano al sole dagosto. Il fetore della putrefazione era dappertutto, un fiato a volte
impercettibile a volte greve e insistente come il volo di un avvoltoio. Le mosche a legioni
sinferocivano nei vicoli, nella miseria senza scampo di certe viuzze cieche, solcate da rigagnoli
maleodoranti. Ogni tanto mimbattevo in una donna che, davanti alla porta bassa di un tugurio,
scaldava una coperta su un braciere: segno evidente che cera un malato in casa e la calura dagosto
non bastava a vincere il tremito della febbre. Bambini e mendicanti erano i padroni assoluti della citt.
Le donne non osavano nemmeno pi affacciarsi ai balconi. Poche continuavano ad andare in chiesa ad
ascoltare la messa, e soltanto di prima mattina.
Io mi perdevo in lunghi giri esplorativi: era la prima volta che mettevo piede in citt. A Cosimo
invece erano familiari quelle vie, quelle case, quelle fontane. E il pensiero di Cosimo in quei giorni
tornava insistente, in forme contorte e imprevedibili il ricordo e la nostalgia sinsinuavano nella mia
mente. Mi sorprendevo allora a guardare il mercato vuoto, i palazzi e i monumenti, le botteghe chiuse
che per mantenevano lallegria delle insegne colorate, con gli occhi di Cosimo. Attraversavo strade e
piazze col suo passo spavaldo e la mia mutilazione, quei capelli tagliati corti e che si arricciavano in
piena libert, mi aiutavano nellinvenzione. Scuotevo la testa per sentire in tutta la loro leggerezza le
ciocche che si muovevano sulla nuca, mentre occhi di donne lampeggiavano dietro finestre e porte
socchiuse.
Il pericolo era vicino e incalzante. Gli informatori ci avvertirono che numerose colonne di
soldati si erano mosse dai centri circostanti e avanzavano sul capoluogo. Nei paesi intorno, anche nei
pi piccoli, i liberali andavano raccogliendo e ordinando la Guardia Nazionale. Bisognava muoversi,
prima che la citt si trasformasse in una trappola mortale. E in ogni modo diventava sempre pi
difficile per noi uscire cos come eravamo entrati: tutti insieme, da vincitori. Il conte decise di andare a
raggiungere la moglie e consigli Carmine di darsi di nuovo alla macchia. Consiglio saggio ma
superfluo: gli altri capobanda gi premevano per uscire dalla citt e disperdersi sulle montagne. Ma
Carmine Spaziante, il generale, esitava. Continuava a starsene rintanato dentro il palazzo mentre nel
suo esercito, fra gli uomini che lavevano seguito fin dallinizio in tante battaglie, la disciplina
principiava ad allentarsi. Cerano state alcune diserzioni, poche ma erano comunque un segnale
pericoloso. La Bizzarra era sparita da tempo, non lavevo pi vista da quella prima notte, dopo
lingresso trionfale. Alcuni sostenevano che si era rifugiata presso la famiglia di una lavandaia, altri che
era tornata sui monti: non mi fu possibile appurare quale di queste affermazioni corrispondesse alla
realt.
E Carmine Spaziante seguitava a indugiare, avvinto a quel luogo da una malia o da un
incantamento che teneva prigioniera la sua volont. Sembrava riluttante ad abbandonare quel palazzo,
che senza i suoi servi e senza i suoi padroni dava limpressione di un rifugio di ombre inconsistenti. Era
rimasta soltanto una vecchia che mi ricordava Filomena. E anche gli uomini di guardia sul portone e
nel cortile interno erano taciturni. Presi da un timore superstizioso, non si scambiavano pi quegli
scherzi e quelle battute che avevano animato i bivacchi.
Qualcosa turbava Carmine Spaziante. E non erano, semplicemente, le difficolt e le
preoccupazioni del momento. Aveva gli occhi rossi e le orbite incavate come se da tempo non
dormisse, e il volto chiuso nella barba selvatica si faceva di ora in ora pi tetro. Misurava a gran passi
le sale del palazzo, mosso da una curiosit avida e insaziabile per ogni oggetto, per ogni cosa che
testimoniasse un passato nobile e fastoso.
Volle che gli spiegassi, a una a una, le scene mitologiche dipinte sulle pareti e sul soffitto dei
saloni, le allegorie, il significato delle vicende figurate nei quadri. Sulle pareti i ritratti si alternavano a
episodi biblici o miti pagani, mescolati alla rinfusa. Le dame del secolo passato posavano, per lo pi,
travestite: da zingare, da baccanti, da improbabili filatrici dai leggiadri ornamenti. Mi colp una Sibilla
bellissima con le chiome ritorte in un vortice, la veste di velo e il cuore strappato da una pallottola che
aveva squarciato la tela del quadro. Gli spiegai tutto, seguendolo di salone in salone, di corridoio in
corridoio fino alla cappella. L Carmine si ferm davanti a un quadro che raffigurava la Vergine rapita
in cielo mentre col piede, ancora sulla terra, schiacciava il demonio sotto forma di serpente. Un
serpente che, pur sotto il minuscolo piede imperioso, salzava fino a sfiorare la veste divina sprizzando
fiamme di superbia.
Quale grande peccato di presunzione, essere cafone e avere idee da signore. Spinto da non so
quale associazione di pensieri e dimpressioni, Carmine disse: Sono nato cos, nel cuore lamarezza,
nella mente la ribellione. E questa smisurata tendenza a voler prevalere, a voler essere qualcuno. Sia
pure un grande infame.
Mi guard con lespressione rapace che avevo imparato a riconoscere. Poi i suoi occhi si
addolcirono mentre le sue dita si chiudevano attorno al mio braccio. Questi polsi delicati non
avrebbero mai dovuto reggere il peso di un fucile.
Nel tornare indietro, lo squarcio aperto fra i seni della Sibilla mi sembr uno sfregio voluto:
come se qualcuno avesse tentato di strappare il cuore al destino stesso.
Una mattina mi svegliai con la bocca piena di polvere e un rovinio nelle orecchie: la tappezzeria
si era lacerata ed era precipitato un pezzo di muro rivelando il nido di un pipistrello, che si mise a
svolazzare per la stanza abbagliato e impaurito. Restai distesa sul letto a guardare la tappezzeria ridotta
a brandelli, il muro scabro e svuotato. Anchio mi sentivo rosa dentro da un animale notturno, che
scavava con unghie cattive. Scavava, scavava per uscirmi dal petto. Fino a quel momento mero
impedita di pensare, di rammentare, ma adesso le ali del pipistrello avevano sollevato la polvere
velenosa dei ricordi. E io mi andavo intossicando.
La fiamma di un mozzicone di candela ondeggiava nello specchio, e con lei oscillavo da una
memoria allaltra, da un ricordo allaltro per ripiombare infine nellattimo presente. Una corsa disperata
verso una morte che non avrebbe accresciuto altro che lignominia: a questo si riduceva la mia
avventura, la fantasia di libert che mi aveva spinto sui monti a combattere, senza volerlo, una guerra
non mia? E il rimorso era un pungiglione rovente che non riuscivo pi a strapparmi dalle carni. Il
tafano del rimorso mi andava pungendo, ma nella piaga che aveva aperto si celava un altro impossibile
sentimento: una compassione profonda per luomo che avevo ucciso e che mi ero vietata di amare.
Lestraneit e la repulsione si erano offuscate, fino a trasformarsi in rimpianto, in nostalgia macabra e
assurda. Ma le cose stavano davvero cos? Se un rimpianto provavo, era per tutto quello che il destino
non mi aveva concesso: la tranquillit dellanimo, prima di ogni cosa. E la capacit doblio.
Il mazzo che avevo disposto in un vaso sul marmo della toletta, e non avevo pi cambiato, era
marcito e la stanza odorava di fiori morti. Tutto era impregnato di quellodore, perfino i capelli biondi
di Antonia sul cuscino accanto al mio. Antonia cos servizievole e premurosa, cos attenta e amorevole
e adesso anche lei indifferente a tutto e a tutti, tranne che alla sofferenza del proprio corpo. Non la
toccava la mia apatia e nemmeno lansia irrisolta di Carmine. O invece soffriva perch lui la teneva a
distanza? In ogni caso soffriva quietamente, tacitamente. Sapeva che su di loro gravava il ricordo di
quellaltro figlio, quello che Carmine non aveva mai visto poich non avevano potuto estrarlo dal
ventre della madre.
Nel silenzioso dolore di Antonia io mi smarrivo e in quello smarrimento mi chiedevo invano a
quale dei miei sentimenti dovessi dare ascolto. Come lago impazzito di una bussola, non sapevo pi
quale fosse il mio polo dattrazione.
Ma non era pi tempo dindugi. Lestate della grande reazione era finita, si voltava pagina.
A uno a uno i drappelli uscirono dalla citt. Gli uomini partivano col fermo proposito di
muovere guerra a tutti gli ordini costituiti della societ, e io mi convinsi che ancora per poco il
legittimismo avrebbe dato colore politico alle loro azioni. Di nuovo briganti, come aveva rivendicato la
Bizzarra, di nuovo alla macchia sulle montagne.
Carmine Spaziante torn a essere quel comandante abile e avveduto chera sempre stato. Divise
i suoi uomini in piccole bande e assegn a ciascuna una zona dove operare senza essere dintralcio alle
altre. Fiss quindi un itinerario diverso per ciascuna delle bande, e un appuntamento in un paese di una
lontana provincia. Da l, di nuovo insieme, saremmo partiti per unazione comune. Ma, egli disse, era
opportuno operare a lungo separati, evitando di attaccare i paesi, eludendo le truppe: la dittatura
militare cominciava a far sentire i suoi effetti. Una lunga dittatura che sarebbe culminata di l a breve
(ma nessuno in quei giorni pur tanto difficili lavrebbe immaginato) con lo stato dassedio per tutto il
Mezzogiorno dItalia. Frutto strano e mostruoso del nuovo regime costituzionale. Quelle garanzie
statutarie che rappresentavano il progresso politico sognato da tanti meridionali (me compresa), si
erano trasformate nel loro esatto contrario, nella loro stessa negazione.
Gli uomini partirono ma Carmine Spaziante rimase ancora, con pochi altri, quasi volesse
ritardare il pi a lungo possibile il momento dellesodo. Un momento che segnava la fine di quella
speranza confusa ma tenace, le cui radici traevano alimento dal sangue di tanti cafoni come lui. Si
mosse quando gi i soldati erano alle mura.
Antonia aveva deciso di arrendersi alle esigenze del suo corpo e di rifugiarsi fino al momento
del parto presso una levatrice che abitava nel quartiere dei tessitori. Io lavrei accompagnata,
raggiungendo in seguito il ridotto manipolo degli uomini. Mentre laiutavo ad allacciarsi la gonna, mi
sfior per un attimo il pensiero che io  e io soltanto dallora in poi  sarei stata al fianco di Carmine.
Senza il riparo di Cosimo, senza il corpo di Antonia fra il mio desiderio e il suo. E a quel pensiero
sentivo risvegliarsi dentro di me uninvincibile ostilit.
Cos fummo le ultime a partire, e fu questo breve indugio a perderci. Quando uscimmo per
aggirare il palazzo e guadagnare il vicolo alle sue spalle, i soldati ci avevano ormai circondato.
Aprirono il fuoco: la prima pallottola colp Antonia in mezzo al petto.
Riuscii non so come a trascinarla al riparo, nellatrio coperto che dava sul cortile. Il musco
macchiava le pietre riempiendo laria di un vecchio odore di muffa, e dalle scale maestose scendeva un
freddo antico e forte. Il sangue di Antonia era pi caldo di quellinutile sole che impallidiva nel cortile.
Il fazzoletto che le copriva la testa si era sciolto e i capelli nascondevano il suo viso. Le liberai la fronte
dalle ciocche scomposte, accovacciandomi per terra e appoggiando quel volto che andava perdendo
colore sul mio grembo. Mosse le labbra, tentando di dire qualcosa. Mi chinai ancora di pi,
guardandola fisso negli occhi chiari, sempre pi a fondo, pi a fondo perdendomi dentro di lei, dentro
la sua morte. Rimasi cos, senza sentire nulla, senza vedere altro che il pallore di Antonia. La vena
azzurra sulla tempia aveva smesso di pulsare ed era diventata scura come un livido.
Quando alzai gli occhi, proprio di fronte a me sulla soglia, a pochi passi di distanza, un soldato
aveva levato larma e prendeva la mira. Non vedevo il suo volto controluce, solo lalta, salda figura e la
bocca di quel fucile. Allora lentamente posai a terra la nuca bionda di Antonia, mi alzai e con un gesto
sicuro aprii la casacca, mostrando in piena luce il seno. Il fucile torn ad abbassarsi.
Perch avevo evitato la morte? Perch avevo rivendicato (e conquistato) il diritto di vivere
esibendo la mia femminilit, i miei seni nudi?  una domanda che mi sono posta infinite volte in tutti
questi anni. Era cos forte in me il desiderio di continuare una vita dura, tormentata da ricordi luttuosi?
Una vita senza scopo e senza meta... tranne quella comune a tutti e a cui tende ogni destino, quasi fosse
uninconsapevole aspirazione, una tentazione alla quale nessuno riesce a sfuggire.
Mi ero alzata con le mani e il grembo pieni del sangue di Antonia. Uno scatto impulsivo, dettato
pi dal dolore che dalla voglia di salvarmi. Per accettare passivamente la propria morte bisogna essere
vuoti dogni sentimento, oltre il dolore stesso. Io invece mi ero alzata e mi ero scoperta il seno perch
non ero in grado di sparare, di reagire con tutta quella furia che pure mi riempiva il cuore. Mi era
impossibile dare la morte, ma nemmeno potevo accettarla. Eppure... forse cera qualcosa daltro. Lo
strazio per Antonia, da solo, non mi avrebbe dato quella prontezza istintiva, ci doveva essere unaltra
spinta, un movente pi nascosto che mincitava a ritardare la resa dei conti.
Molto tempo dopo, durante il processo, venni a sapere che in quello stesso giorno, esattamente
allora, era morto mio fratello. La coincidenza mi fece tremare, anche se era una notizia che, in qualche
modo, mi aspettavo. Con la sua fine il cerchio della mia vita si chiudeva davvero, lasciandomi per
dentro prigioniera.
Strana facolt, la memoria. Possiede un carattere tutto suo, incontrollabile, che sceglie
indipendentemente dalla nostra volont le cose da ricordare e quelle da dimenticare. Di Cosimo,
dapprima, mi sembr di non ricordare nulla, neppure la bellezza del volto. Vive erano invece le
sensazioni, le emozioni che aveva suscitato in me la sua presenza, fin da quando eravamo bambini.
Emozioni contraddittorie di gelosia e damore, di rivalit e dintima comprensione.
Io ero la sorella saggia da prendere a modello, che giocava e correva nel giardino dietro casa,
ma compostamente e tenendosi sempre a portata di voce. Lui invece spariva e tornava dalle sue
spedizioni stracciato e ansante, gli occhi lucidi di mistero. E io frenavo la voglia dinseguirlo e scoprire
il segreto dei suoi giochi tanto pi invitanti dei miei. Fingevo riprovazione per mantenere almeno quel
primato che mi era ufficialmente riconosciuto, mentre in realt gli invidiavo e gli insidiavo col mio
comportamento quella sua disobbedienza felice e spontanea.
E adesso era morto, quel mio fratello invidiato e desiderato.
Ma che cosa era realmente accaduto? Le notizie che mi vennero date erano discordanti e
sommarie. Mi dissero che era quasi in salvo, aveva praticamente raggiunto i confini dello Stato
pontificio quando era stato avvistato e inseguito da alcune Guardie Nazionali. Nel saltare un fosso, il
suo cavallo sera azzoppato e lui aveva dovuto abbandonarlo e inoltrarsi nel bosco per far perdere le
sue tracce. Lavevano trovato allalba, dissanguato, morente per una ferita darma da fuoco. Chi gli
aveva sparato? Non le Guardie Nazionali, che lavevano inseguito invano. Chi aveva incontrato nel
bosco, quella sua ultima notte?
Ho limpressione a volte di essere di nuovo invidiosa, forse gelosa della sua morte solitaria. E
anche colpevole. Ci eravamo lasciati con qualcosa di non risolto fra di noi, un interrogativo, un enigma
che inquietava il suo animo, e quel mio silenzio ostinato che loffendeva. Ma come parlargli di un
matrimonio per lui ovvio, anzi necessario? Come parlargli della palude di desolazione in cui a poco a
poco andavo affondando, con una lentezza pi orribile della morte?
Se ti aveva offesa... mi aveva chiesto Cosimo, ma nella domanda cera unaffermazione. Non
si era sbagliato. S, era stata unoffesa a guidarmi la mano, una violenza consumata sul mio corpo.
Nessuna offesa mi avrebbe per dato forza sufficiente a colpire, colpire fino a uccidere, se la mia
disperazione non fosse cresciuta, giorno dopo giorno, fino a diventare odio.
Mi aveva lasciato, Cosimo, quella notte lontana col rimpianto di non sapere, di non riuscire pi
a seguirmi nelle svolte inaspettate e sconvolgenti della mia vita. Di nuovo correva fra di noi una sfida,
come nelle nostre assurde gare infantili. Ma questa volta egli non si  arreso: la sua risposta  stata
perfettamente simmetrica, ristabilendo fra me e lui un equilibrio. Perch io non sapr mai come  morto
mio fratello, quale fantasma o persona vivente ha interrotto il suo viaggio e messo termine
allavventura senza speranza e senza orizzonte che avevamo condiviso.
Primavera 1863
I primi giorni dopo la cattura furono orribili. Appena chiusa in carcere, mi costrinsero a una
serie di visite mediche. Uninfinit di volte mi fecero spogliare e mi visitarono frugandomi dappertutto,
anche nelle parti intime. Mi frugavano con dita nemiche, dicendo di volersi accertare che non
nascondessi niente. E raccontavano di un brigante, estradato dalla Francia, che teneva un marengo
nascosto in una ferita che aveva alla gamba. Non ho mai capito, in realt, il senso vero di quella
procedura, il perch di una violazione tanto crudele. Non posso credere che fosse solo per umiliarmi.
Ma se lo scopo era quello di spezzare qualsiasi resistenza o residuo di fierezza, ci riuscirono. Alla fine
provai vergogna di me e del mio corpo. Non ero pi capace di pensare ad altro, vivevo nel ribrezzo
della mia stessa carne.
Ma paure no, non ne avevo. Tranne una. Pensavo in un primo tempo che mi avrebbero fucilato
senza processo (procedura tuttaltro che insolita) e temevo che mi fucilassero di notte, mentre io invece
desideravo morire col sole, con la luce. Questa paura mi fece vile e mi rese sacrilega. Mi accostai alla
confessione soltanto per chiedere al prete questa grazia. Ma lui disse: Non ho questo potere.
Il processo si celebr molto tempo dopo la mia cattura. Mancava il procuratore generale e chi
ne faceva temporaneamente le veci non voleva responsabilit, non sapendo se il governo aspirava a
mostrarsi mite o, viceversa, severo verso i rei di brigantaggio. Pi avanti, con listituzione dei tribunali
militari, che insieme allesercito debellarono ogni velleit di resistenza dei cafoni, lequivoco fu sciolto.
Io scampai, anche se per poco, a quel genere di processo. E nonostante ci fui condannata a
morte. Per quel che ne so, sono forse lunica, fra le donne che parteciparono alla grande reazione del
1861, a essere stata condannata a una pena di tale gravit: triste primato. Ma il mio era un caso evidente
di delinquenza comune, come ebbe a sostenere il mio stesso avvocato difensore, sopraffatto dalla sua
coscienza di cittadino e di patriota. In me, disse, il reato comune aveva preceduto il politico e in
seguito avevo tolto il secondo a pretesto del primo. Tuttavia la pena mi venne presto commutata in
ergastolo. Il bagno penale a vita: dopo la condanna esemplare, questa la grazia che mi veniva concessa.
Avrei dovuto essere riconoscente per tale grazia? Io non lavevo chiesta. Ed ero abituata allidea della
morte, ma non a quella dellergastolo. Il processo stesso mi sembr pi doloroso di una fine rapida e
schiva. Mi fu risparmiata soltanto la sofferenza di vedere i miei parenti. Nessuno di loro si present e
per me fu un sollievo immenso, non avrei retto a tanta fatica. Mio padre soprattutto: meglio morire,
mille volte morire, che essere costretta a confrontarmi col suo disprezzo. Mio padre non si fece vivo 
mai  e neppure Filomena. Filomena... poteva negarmi unombra almeno di compassione, un po di
calore umano? Forse le avevano impedito di venire o forse era morta anche lei, chi sa. Incontrai subito,
invece, gli sguardi carichi dodio dei famigliari di mio marito.
Il giorno del processo, laula del tribunale era affollatissima. Mi avevano procurato abiti
femminili, che io avevo voluto neri, luttuosi. Era la prima volta dopo mesi che uscivo allaria aperta e i
miei occhi non sopportavano pi la luce. Lampiezza del locale, dopo il lungo soggiorno in cella, mi
metteva paura e le vertigini mi portavano via in un vortice dincoscienza, impedendomi di mettere a
fuoco le cose intorno a me e di capire quello che stava accadendo. Nel torpore dato dallestrema
spossatezza del corpo quasi non udivo le domande, le risposte degli avvocati. Ma cera poco da sentire,
e ancor meno da capire: per quel che mi  dato ricordare, le arringhe dei difensori non si distinguevano
molto da quelle dellaccusa. Mi colpirono, tuttavia, le ragioni del pubblico accusatore e feci uno sforzo
per seguire la sua voce agitata dalleloquenza.
Sul volto pallido di costei, andava dicendo laccusa, si legge la precoce depravazione
dellanimo. Dallocchio traspare la superbia del delitto, il disprezzo alle leggi della societ. Gli zigomi
sporgenti, le occhiaie livide, le labbra violacee manifestano la sua immoralit, pi che non provano le
deposizioni del processo scritto e le orali dei testimoni.
Le parole di quelluomo riuscirono a scuotermi. Provavo la tentazione di abbandonarmi al suo
giudizio, alla sua condanna. Volevo che convincesse anche me, desideravo essere convinta della mia
colpa, che non riconoscevo pi. Di quale delitto mi accusava, di quali misfatti andava discettando con
tanto fervore? Quello stesso uomo, con lo stesso tono di voce mi rivolse quindi uninfinit di domande
minuziose a cui non detti risposta, mai. Mi chiese fra laltro se fosse vero chero solita abbigliarmi con
abiti maschili, e se non trovavo ripugnante questa mia abitudine. In quel momento  e solo in quel
momento in tutto il processo  credo di aver abbozzato un sorriso. Mi pass per la mente che forse
Giovanna DArco era salita sul rogo proprio per quel motivo, per aver indossato abiti maschili. Cos
gelosi sono gli uomini delle loro prerogative, anche le pi infime.
Quando la pubblica accusa ebbe finito, mi scossero le voci altrettanto agitate (che pare sia il
modo di essere solenni nei tribunali) dei difensori dufficio. Costoro si rivolgevano pi spesso a me e
alle altre donne, processate insieme a me, che non alla giuria. E dicevano: Ignoranti, avete calpestato i
pi sacri diritti della societ, la tranquillit pubblica, le altrui sostanze. Sappia lEuropa intera che non
c forza capace di far crollare un ordine di cose stabilito dalla Provvidenza.
Le altre accusate erano cinque contadine analfabete; la pi vecchia aveva quarantacinque anni,
la pi giovane quindici. Erano sbalordite ma ossequenti. Le ascoltavo fornire spiegazioni dettagliate e
umilianti di qualsiasi cosa fosse loro richiesta: la vita alla macchia, la provenienza dei gioielli trovati in
loro possesso, perfino di quelle misere buccole che cos chiaramente e legittimamente appartenevano
alla loro vita di spose contadine. E si dilungavano in storie di seduzioni e rapimenti, di doveri coniugali
o filiali per spiegare la loro partecipazione agli scontri e alle sollevazioni. Sempre passive, sempre
trascinate loro malgrado nel gorgo della vita. Pur di salvarsi, ciascuna rinnegava se stessa e le altre. Le
potevo capire. Ma ogni loro parola era un colpo che mi feriva. Evitavo in quei momenti di guardarle,
mi mettevo a fissare un punto davanti a me, estraniandomi dal luogo e dal momento. Tentavo almeno
di farlo, anche se non era facile.
Laula era presidiata da militari, ci nonostante era colma di gente venuta dogni dove, un mare
di facce, di volti sconosciuti che mi si confondevano davanti. Tuttavia, malgrado la difficolt, notai
mescolate fra la folla due donne vestite di nero come me, con un crespo calato a nascondere il viso. Mi
sembr in una di riconoscere le movenze un po goffe della Bizzarra. Fu unallucinazione? O forse
unillusione ottica dovuta al velo distorcente delle lacrime che mi bagnavano gli occhi trafitti dalla luce
e dalla debolezza. Ma in quel momento mi piacque immaginare che fosse davvero lei, scesa dalle
montagne per me.
Le due donne restarono fino alla fine.
Mentre tornavo in cella udii, chiara nella mia testa, la voce della Bizzarra che rispondeva alle
arguzie poco gradite di un capobanda: Sono briganta, io, non donna di brigante. E il ricordo di quelle
parole mi dette forza e dignit.
Estate 1883
A volte in sogno riattraverso le sale affrescate del palazzo dove serano spenti i fuochi della
reazione e gli splendori di Carmine Spaziante, generale di pastori e cafoni e ora ergastolano come me.
A me unito, alla fine, da una medesima, inutile sorte.
Riattraverso quel vuoto palazzo trascorrendo da una sala allaltra in una vertigine di prospettive,
e ogni sala ha una porta che inesorabilmente si chiude dietro di me, impedendomi di tornare sui miei
passi e spingendomi in una direzione obbligata. Una sola volta si pu percorrere quel palazzo, e in una
sola direzione.
A un tratto mi rendo conto di essere prossima allultima sala, alla porta che chiude tutte le porte,
e allora mi dolgo di aver attraversato quei luoghi con una tale precipitosa insofferenza da non ricordare
neppure i colori o i tratti di unimmagine. Mi sento alitare attorno storie incompiute. Ho paura, quando
mi sveglio, di morire come una bambina che non ha il senso n la coscienza del proprio passato, che ha
attraversato di corsa le sale del palazzo, trascinata dalla mano impaziente della madre. Allora con la
mente torno e ritorno a visitare il mio passato, come un cane alla catena che non si pu rassegnare a
quello spazio limitato, definito.
Il silenzio  rotto solo dal rumore vicino dellalta marea, dellacqua che si frange e cola gi per
le mura del bagno penale, agghiacciando la cella. Tra poco smetter dinseguire leco di quellestate
lontana e si fermer anche il fruscio della penna sulla carta. Ho riempito lultimo foglio. Ho scritto
lultima parola. E adesso?
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FINE.
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Postfazione. La briganta e io.
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Questo  il mio primo romanzo. Il primo pubblicato, se vogliamo essere precisi. Esistono infatti
precedenti prove narrative, essendo molto antica la mia propensione a raccontare storie. Il fatto  che
a un certo punto questa propensione si scontr con un evento imprevisto: il famoso 68, anno fatidico
ed eccitante, da cui prese a sbocciare la pi vituperata, osannata, temuta e sbeffeggiata delle rivoluzioni giovanili.
In effetti eravamo molto rivoluzionari, allepoca. E scrivere romanzi non sembrava unattivit
che potesse giovare alla rivoluzione. Cos mi misi a scrivere saggi (farla finita del tutto con carta e
penna proprio non potevo: avevo gi contratto la malattia cronica della scrittura, che non lascia scampo).
Dunque scrivevo saggi, pensando di fare cosa meno frivola, pi nobile e soprattutto pi utile
alla (supposta) causa comune. E tuttavia...
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Tuttavia non potevo fare a meno di coltivare dentro di me uninfinita serie di potenziali
racconti, tanto pi che trovavo ovunque delle storie bellissime e dovevo ricorrere a un faticoso
esercizio di volont per non cedere al desiderio di raccontarle Le trovavo per strada, sullautobus,
durante le assemblee studentesche, sul luogo di lavoro (ero una cosiddetta studentessa-lavoratrice).
Queste storie mi saffollavano attorno, non mi lasciavano in pace e quando mi sedevo alla scrivania per
buttare gi un articolo o le prime pagine di una qualche analisi critica, che so, sullindustrializzazione
del Sud (tanto per esemplificare), ecco che sinfilavano come niente fosse tra una riga e laltra.
Per farla breve: cera in quel periodo, fra le molte novit, un gran fervore di studi meridionalisti
e io intendevo partecipare a questo movimento politico-culturale con un saggio storico, nientedimeno,
sullUnit dItalia e la nascita del sottosviluppo nel Sud (il saggio fu poi edito nel 1974: stiamo
parlando,  chiaro, di secoli fa). Cominciai cos a interessarmi del cosiddetto grande brigantaggio,
che fu grande perch fu, in realt, una rivolta contadina: la prima della nuova Italia.
Adesso non mi lascer prendere la mano da quella mia ricerca giovanile (anche se si tratta di
una passione tuttaltro che sopita), per i fatti di cui parlavo allora costituiscono lo sfondo storico,
come si suol dire, di questo romanzo. Perci forse non  inutile ricordare agli eventuali lettori e alle
eventuali lettrici alcuni dati che servono a comprendere meglio i personaggi di questo libro e lo
svolgimento delle vicende che vi si narrano.
Ricorder, per cominciare, che la repressione del grande brigantaggio cost pi denaro e pi
morti di tutte insieme le guerre del Risorgimento (ben 250.000 soldati furono dislocati nel meridione
dItalia). Per sconfiggere i briganti fu necessario, nel 1862, proclamare lo stato dassedio, prima in
Sicilia e poi nellintero Mezzogiorno. Fu necessario sospendere la Costituzione (legge Pica) e
governare il Sud mediante leggi eccezionali. Fu necessario introdurre il confino di polizia e la
carcerazione preventiva (in altre parole: si stava in galera per anni non solo senza processo ma anche
senza imputazione). Fu necessario istituire i tribunali militari. Insomma, se non si tratt di una guerra,
fu certamente qualcosa che le somigliava molto.
Il grande brigantaggio venne sconfitto pi o meno intorno al 1864, ma le rivolte durarono
fino al 1870. Dopodich cominciarono le migrazioni di massa verso le Americhe.
Fin qui i fatti della Storia. Ma probabilmente non avrei mai scritto un romanzo ispirato a questi
fatti se, mentre facevo le ricerche per il mio saggio, non mi fossero capitate sotto gli occhi alcune
fotografie di donne che avevano partecipato allepopea del brigantaggio post-unitario: vestite spesso
col pi pratico abbigliamento maschile, posavano a gambe divaricate, un fucile o un moschetto a
portata di mano o puntato dritto verso la macchina fotografica.
Stentai a credere che quelle donne, il cui atteggiamento era un chiaro insulto alla morale
comune dellepoca, fossero contadine meridionali. Per lo erano.
Molte furono catturate dallesercito, altre uccise, spogliate e messe in posa: completamente
nude, completamente esposte alla crudele rapacit dellocchio fotografico.
Immagini doppiamente oscene. Che non soltanto violavano dei corpi inermi, ma anche la
sacralit della morte. Avrebbero dovuto urtare il forte senso del pudore, caratteristico dellOttocento.
Invece furono pubblicate su giornali, gazzette, libri, senza suscitare scandalo alcuno. (Non dovremmo
meravigliarci, daltronde: lumiliazione fisica che riduce il nemico a cosa  pratica ben conosciuta
pure ai giorni nostri.)
Queste foto  sorprendenti le prime, terribili le seconde  mi rimasero nel cuore. E mi tornarono
subito in mente quando, molti e molti anni dopo, decisi che era giunto il momento di narrare tutte le
storie che unassurda, pazza intransigenza giovanile mi aveva vietato di narrare. S, era tempo ormai. E
non ebbi tentennamenti o incertezze di sorta: da l dovevo e volevo cominciare, dallanomala guerra per
bande che aveva incendiato tutto il Sud dopo lUnit dItalia (la nostra Vandea secondo alcuni
storici, la nostra prima rivolta agraria secondo altri).
Ma ancora non potevo. Ancora non mi sentivo libera. Non ero in grado di affrontare il racconto.
Di che cosa avevo bisogno? Forse di essere pi vicina ai protagonisti del dramma, di accostarmi
in modo diverso alla loro vita e alle loro ragioni.
Per mesi frequentai lArchivio di stato, spulciando il Fondo giudiziario sul brigantaggio
nellItalia meridionale e tentando di decifrare i verbali dei processi (quellimpossibile calligrafia
ottocentesca!). A poco a poco riuscii a forzare la porta che ci divide dal passato, a entrare in quel
mondo e in quel linguaggio, a figurarmi sensazioni e panorami, a scorgere i lineamenti dogni singolo
uomo e di ogni singola donna Ora riuscivo a vederli. Uno per uno. Una per una Le contadine, la tessitrice calabrese che al suo processo aveva detto: Sono briganta, non donna di brigante (evidentemente la coscienza di s non  appannaggio esclusivo del nostro tempo, come credono alcuni).
Finch un giorno, in mezzo alla folla, scorsi la mia briganta. Sei pronta? le chiesi. E finalmente cominciai a scrivere.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Grazie a Valeria Ajovalasit, che per prima ha amato La briganta; ad Anna Maria Rimoaldi, che lha coccolata; ad Angela Jeannet, che lha tradotta magnificamente e ne ha curato la pubblicazione negli USA; a Carla Tanzi, che le ha dato una seconda vita; a Ilde Buratti, la cui competenza e il cui affetto mi sono indispensabili; a Donatella Barbieri, che mi offre la sua ala protettiva. Grazie anche alle amiche e agli amici che se ne sono occupati a vario titolo: Carla Cotti, Angela Bianchini, Silvia Contarini, Anna Crisi e Massimo Felisatti, Federico Sposato. Grazie infine a Bianca, per aver sopportato una lunga gestazione che non ha migliorato il mio carattere.
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FINE.